Imprenditore del Napoletano morto in Ecuador: «Non fu incidente, massacrato dai narcos»

Martedì 7 Luglio 2020 di Dario Sautto

«La morte di Gennaro Iavarone in Ecuador non fu un incidente. Non fu vittima di un tuffo durante la vacanza, era andato lì per trattare con i narcotrafficanti che lo massacrarono di botte». La rivelazione del pm della Dda Ivana Fulco è arrivata oggi durante la prima parte della requisitoria del processo «Positano» ai presunti trafficanti di droga ritenuti legati ai Tamarisco di Torre Annunziata. 

Tra questi - sostiene l'Antimafia, dopo lunghe indagini condotte dai finanzieri del Gico di Napoli - figurava anche l'imprenditore Gennaro Iavarone, originario di Pozzuoli ma da anni residente a Sanremo, molto noto in Liguria dove era titolare di un'attività imprenditoriale nell'ambito del commercio dei fiori. Quel suo lavoro lo portava ad avere legami ed affari con l'Ecuador, ma anche - sostiene l'accusa - con lo zio Salvatore Iavarone, broker napoletano della droga, tuttora latitante in America latina. 

Arrestato nell'ambito dell'operazione dei finanzieri, a marzo dello scorso anno Gennaro Iavarone era tornato libero e decise di andare in Ecuador. «Per una vacanza» hanno sempre sostenuto i familiari. «Invece era andato a trattare con i fornitori di droga della zona per questioni di denaro» sostiene l'accusa. Imputato nel processo in corso al tribunale di Torre Annunziata, a 43 anni «Genny» Iavarone trovò la morte in Ecuador, in ospedale, per le ferite riportate. «Fu massacrato di botte - sostiene l'accusa - e i narcos gli spaccarono la schiena e lesionarono i genitali». Ancora cosciente e in gravi condizioni, dichiarò di essere rimasto ferito «per un tuffo di notte in una piscina vuota». Poi, Iavarone spirò in ospedale, in attesa di un volo medico per l'Italia. Per Iavarone, la pm ha chiesto l'estinzione dei reati per morte del reo. 

Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 09:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA