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«Io, infermiera picchiata al Cardarelli: una scena da Gomorra, lascio la prima linea»

di Ettore Mautone
Articolo riservato agli abbonati
Giovedì 10 Dicembre 2020, 12:00 - Ultimo agg. : 16:17
4 Minuti di Lettura

Ha anche una costola rotta Loredana Esposito, l'infermiera aggredita nei giorni scorsi durante il turno di notte al pronto soccorso del Cardarelli. E dolore fisico per i danni provocati dai capelli strappati, dalle contusioni multiple. E morale: per la rabbia dell'umiliazione gratuita di una barbarie agita senza una causa. Due persone sono state denunciate: marito e moglie, 49 e 47 anni, genitori di una ragazza di appena 19 anni giunta in emergenza per un sospetto infarto ma poi dimessa perché non aveva nulla. Erano state identificate già quella sera dai carabinieri della compagnia Vomero intervenuti dopo un primo alterco. 

APPROFONDIMENTI
Covid a Napoli, infermiera aggredita al Cardarelli: denunciati marito e moglie
Un fantoccio in pronto soccorso contro la violenza: «Continueremo a curarvi»

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Come si sente?
«Sono sotto zero, non dormo da giorni, ho dolori dappertutto, ho paura che la costola rotta, l'ultima, quella ad uncino, potrebbe lesionarmi il polmone. Sono avvilita anche sul piano psicologico. Io ho solo applicato un protocollo facendo il mio dovere. La paziente ha aspettato solo pochi minuti. Col Covid i malati che arrivano per altre patologie sono pochi e dopo il tampone rapido non attendono. Non capisco tutta quella violenza».

Com'è andata?
«Turno di notte, erano le 20. È entrata la giovane ragazza raccontando del dolore retrosternale. Era accompagnata dal padre che già non doveva essere presente in quanto lei maggiorenne. Ho assegnato il codice giallo e predisposto il tampone rapido. Stavo compilando al computer l'anagrafica della scheda di un altro paziente da inviare in medicheria e mi sono sentita strattonare e apostrofare in malo modo perché accusata di stare a perdere tempo su Instagram. Io che non sono nemmeno registrata sui social».

Ha spiegato cosa stava facendo?
«Non è servito a nulla. Nonostante il trambusto sono riuscita a fare la scheda paziente».

La ragazza è stata poi ricoverata?
«Sì ma prima è arrivata la mamma, senza mascherina: ha aizzato gli animi dicendo che la figlia aveva un infarto e noi non stavamo facendo nulla. Alle 20,30 sono arrivati i carabinieri che devono essere stati chiamati da qualche mio collega. Siamo tutti sotto stress per il Covid. Hanno identificato le due persone mentre la ragazza è entrata per gli esami e i prelievi. Mi hanno chiesto se volevo essere refertata e lasciare la postazione. Per coscienza e dovere ho preferito restare. Siamo in pochi e c'è l'emergenza Covid».

E quindi?
«I genitori sono stati fatti allontanare. Ho fatto vedere alle forze dell'ordine che la barella con l'Ecg era occupata. Da quel momento per tutta la notte la giovane paziente in Osservazione, in attesa di avere le risposte, è andata avanti e indietro dalla medicheria insultando e provocando. Io non ho mai risposto e continuato a fare il mio lavoro. Diceva che doveva farmela pagare, che mi doveva cavare gli occhi. Io ho la coscienza a posto. Ho fatto tutto tempestivamente».

E poi cosa ha fatto precipitare la situazione?
«Alle 2 di notte è stata dimessa, ha approfittato di un momento di pausa. Ero anche uscita per dare notizie ai suoi genitori in attesa. Sono entrata in medicheria. Ero di spalle nella tuta da Covid e mettevo a posto i farmaci. Ho avuto uno spintone e ho sentito tirare la cuffia e i capelli. Così bardata non riuscivo nemmeno a muovermi. Contemporaneamente sono entrati i suoi genitori e un'altra persona. Sono finita a terra. Mi è arrivata una scarica di calci e pugni. Una voce mi diceva che mi dovevano cavare gli occhi, un'altra che non sarei uscita viva. Ho pensato a una scena di Gomorra, la stessa spietatezza, lo stesso linguaggio».

E ora?
«Non voglio più tornare a lavorare in prima linea. Preferisco un reparto Covid, da sola. Il mio lavoro l'ho sempre fatto con dedizione, attenzione e onore. Venti anni fa subii un'altra aggressione e persi il mio primo bambino. Ho rivissuto quel trauma. Mi sento sprofondare. Ho perso mio padre pochi mesi fa, ora sotto Natale avevo una serie di impegni con la parrocchia per aiutare i bambini più sfortunati. Ho male dappertutto ma a pesare di più è il trauma dell'intimidazione, le minacce, la paura. Un dolore dell'anima. Ho subìto una violenza inaudita senza perché»

Ci sono rimedi organizzativi da percorrere?
«La gente che arriva in pronto soccorso deve restare fuori al cancello elettronico».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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