Napoli, nel covo degli ultrà azzurri
nuove minacce: «Non finirà qui»

Sabato 5 Gennaio 2019 di Giuseppe Crimaldi
Si muovono uniti, sempre in gruppo. Spostandosi con la tecnica del branco: almeno dieci-trenta per volta. Fedeli a quell'inno urlato a squarciagola dagli spalti, non rinunciano mai a seguire lungo ogni latitudine il loro Napoli, in Italia come all'estero. Recita il vecchio motto ultrà: «Abbandono lavoro e famiglia/la ragazza mi lascia perché/In Europa in Italia e nel mondo/non c'è niente più bello di te. Eccoli, gli irriducibili leoni del tifo organizzato azzurro. Il loro credo, la loro filosofia è racchiuso in un solo imperativo categorico: mentalità ultrà.
 
Schivi con i giornalisti, diffidenti con l'universo mondo dei media, accettano di raccontarsi a due condizioni: «Scrivi solo quello che ti diciamo e non rendere nota la nostra identità». L'appuntamento è all'esterno di una pasticceria non lontana da via Toledo. Uno dei loro «covi», abituale punto di ritrovo nel quale ci si raduna, si discute e si pianificano le attività è proprio a due passi da qui, nel cuore dei Quartieri spagnoli. «Mi raccomando, vieni senza fotografo», è l'ultimo diktat prima dell'incontro.

Con Umberto e Antonio - storici componenti del tifo duro e puro della Curva A del San Paolo (nomi di fantasia, come espressamente richiesto dagli interlocutori) - cerchiamo di inquadrare i contorni aggiornati della galassia ultrà napoletana. Prime sorprese: pensi agli ultrà e immagini di ritrovarti di fronte a dei ragazzini. Invece no: l'età media dei tifosi organizzati napoletani si aggira intorno a una media di 30-40 anni. Rispetto al passato, quasi tutti hanno una formazione e anche un'occupazione: chi fa il pizzaiolo, chi il manovale, chi il barista, chi il meccanico. Ci sono pure non pochi diplomati.

Il momento più delicato resta, naturalmente, quello delle trasferte. La ragnatela di accordi e disaccordi, di paci e di guerre che ormai si interseca varcando persino i confini nazionali impone cautele e attenzione. Alla vigilia di quelle date i singoli gruppi si radunano, raccolgono i soldi necessari ai trasferimenti (per i meno abbienti in alcuni club esiste addirittura anche una piccola cassa comune per offrire piccoli contributi). «Quando partiamo - spiega Antonio - non siamo mai meno di cento-centocinquanta, ma a seconda dell'importanza delle partite possiamo arrivare anche a trecento. Abbiamo tutti una regolare tessera del tifoso, e chi si avventura partendo senza avercela lo fa a rischio suo».

Sempre più spesso gli ultrà azzurri scelgono di noleggiare pullman o - meglio ancora - van e auto molto capienti. «Il 26 io c'ero a Milano - prosegue Umberto - ma non ero in via Novara dove sono successi i bordelli. Quello che posso dire è che non c'era nessun appuntamento, nessun tifoso partito da Napoli aveva concordato sfide con gli interisti, queste sono sciocchezze che qualcuno sta mettendo in giro ad arte. Quel che posso dire è che noi siamo stati aggrediti, e chi ha organizzato tutto l'ha fatto in maniera scientifica. Incredibilmente in quella zona, che è a meno di due chilometri da San Siro, non c'era alcun servizio d'ordine. Niente polizia e carabinieri. Ecco perché quelli là hanno avuto gioco facile...».

Ma che cosa significa essere ultrà? «Avere la mentalità significa una sola cosa: amare e rispettare la maglia del Napoli e non avere regole, se non quelle interne ai gruppi». Punto. Allora vi sentite gli anarchici delle curve? «Se vuoi, mettila così - risponde Antonio, che nonostante la giornata fredda indossa una maglietta a maniche corte che gli scopre gli avambracci pieni di tatuaggi - Noi rispettiamo solo le nostre regole». E la violenza? «C'è chi dice che per noi l'odio per l'avversario sia una droga, e forse è vero. Siamo tutti cani sciolti». Molto pasdaran e poco tifosi da salotto.

Impossibile non tornare sull'ultima trasferta a Milano. «Stamattina la polizia si è venuta a prendere un altro dei nostri ragazzi - commenta Umberto - Quello che è successo a Santo Stefano non passerà sotto silenzio. Ci saranno conseguenze». Il tono si fa severo e gli sguardi s'incupiscono. D'altronde basta leggere certe scritte comparse di recente a macchia di leopardo in città per rendersi conto che il già complicato rapporto con i tifosi interisti è sfociato in guerra: «Interista ti buco a morte», è il messaggio vergato con una bomboletta spray a caratteri cubitali sul muro di un palazzo al corso Vittorio Emanuele. «Le cose non finiscono qua. È solo questione di tempo», minaccia Antonio lasciando intendere che la vendetta resta una delle regole che fanno la mentalità. «Perché - conclude - difendere la maglia per noi è tutto. Noi difendiamo il Napoli e la città, il territorio». © RIPRODUZIONE RISERVATA