«Io, vittima dei preti pedofili a 15 anni: adesso voglio giustizia»

Sabato 17 Febbraio 2018 di Franca Giansoldati
Un po' di tempo fa Armando Vergara (il nome è di fantasia) - un uomo di 38 anni, che vive in provincia di Napoli - ha preso carta e penna per scrivere a Papa Francesco. La sua storia racconta le sofferenze di un adolescente abusato da un sacerdote quando frequentava il liceo nel seminario della diocesi. «La prima volta che è avvenuto avevo 15 anni».

Come siete entrati in contatto?
«Era uno dei sacerdoti che insegnavano. In quella struttura si fanno gli studi delle medie e del liceo classico. Dopo la scuola molti studenti tornavano a casa, io invece restavo ospite nel convitto perché la mia famiglia abitava lontano ed era disagevole ogni giorno fare avanti e indietro. Sicché svolgevo tutte le attività seminariali, ritornando a casa il sabato e la domenica».

Volevi farti prete?
«All'inizio avevo questa piccola vocazione. Il seminario vescovile era una scuola ottima e i miei genitori ne furono contenti. Lì ho conosciuto questo sacerdote. Era un animatore, una guida per tutti, si occupava della classe. Era giovane, il parente di un noto prelato della zona».

Perché mi racconti questo particolare, che c'entra?
«Di per sé niente, se non il fatto che a questo sacerdote non è mai stato sanzionato nulla. Ha continuato a vivere e fare carriera indisturbato. Non ha avuto nessun richiamo. Come se non fosse mai accaduto quello che è invece accaduto. Mi si è avvicinato per amicizia. Era gentilissimo. Mi riempiva di attenzioni, mi dava dei piccoli regalini, faceva di tutto per non farmi sentire solo, visto che la mia famiglia era lontana. Alcune volte mi veniva a prendere al mio paese per non farmi prendere l'autobus. Insomma, è stato inizialmente un percorso di amicizia che mi pareva vero e sincero. I primi approcci avvennero durante un campo estivo che organizzammo in giugno. Vi fu un rapporto orale».
 
Perché non ti sei sottratto?
«Avevo 15 anni. Certo, un ragazzo a quell'età può anche avere la forza di farlo, io non ci riuscivo. Sapevo che stavo facendo qualcosa di sbagliato. Se rivedo quei momenti con gli occhi di adesso che sono adulto, che ho una compagna e una vita affettiva stabile, posso dire che all'epoca ero piccolo, ero plasmabile come la creta. Frequentavo l'Azione Cattolica, facevo il chierichetto, non avevo girato il mondo, non sapevo nulla. Il mio mondo era quello. Ero fragile e lui se ne è approfittato. Una sera mi ha chiamato nella sua camera. Ed è stato così per diverse volte».

Nessuno si è mai accorto di niente?
«No ma del resto io non ne parlavo con nessuno. Quando ho lasciato il seminario, dopo avere preso il diploma, ci siamo lasciati».
 
Perché lo ha denunciato in seguito ai tribunali della Chiesa?
«Io sono cattolico, man mano che crescevo sentivo il bisogno di giustizia. A questo si aggiunge che ho cominciato, qualche anno dopo, ad avere i primi segni di squilibrio emotivo fino a cadere in una fortissima depressione. Fino a 25 anni non ne avevo parlato con anima viva. Mi sentivo in colpa, mi sentivo sbagliato, una specie di inabile morale. Solo in seguito a un percorso psicologico, il medico mi ha piano piano aiutato a mettere a posto i pezzetti. E uno di questi pezzetti conduceva per forza di cose alla denuncia. C'era il bisogno di avere giustizia, di avere un riconoscimento da parte dell'autorità ecclesiastica nella quale credevo, non ero io ad avere sbagliato. Ero solo un adolescente timido e fragile».

Perché hai scritto al Papa?
«La denuncia che avevo fatto alla diocesi non ha portato a niente. A essere onesti mi sono sentito preso in giro. Ho scritto a Papa Francesco ma non mi ha ancora risposto e spero che possa fare qualcosa anche per me».
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