La mafia a Napoli confiscata pizzeria del boss catanese

Venerdì 14 Agosto 2020 di Leandro Del Gaudio
La mafia a Napoli confiscata pizzeria del boss catanese

Ha sempre avuto un certo feeling con Napoli e con la Campania, tanto da investire nel settore della ristorazione, ma anche nei rifiuti, grazie ad una solida sponda nell'area casalese. Eccolo Salvatore Turi Cappello, boss catanese, a leggere le carte del provvedimento di sequestro scattato in questi giorni per mettere i sigilli ad alcuni beni ritenuti di origine illecita. Tra questi, la pizzeria I due vulcani, in via Volta, a pochi passi dal porto. Un sequestro firmato dai giudici del Tribunale etneo, nel corso di una inchiesta - parliamo dell'operazione Penelope - culminata tre anni fa in arresti e indagini patrimoniali. Indagini, che hanno raggiunto ieri un primo punto di approdo, con il provvedimento firmato dal Tribunale misure di prevenzione: oltre alla pizzeria I due vulcani, la divisione anticrimine e la squadra mobile di Catania ieri hanno confiscato anche un immobile, sempre nel cuore del capoluogo partenopeo, che sarebbe riconducibile a Salvatore Santo, figlio del boss Salvatore Cappello, e un motociclo a Maria Rosaria Compagna, stabilmente legata allo stesso Cappello.

IL CASO
Indagini patrimoniali che ovviamente sono suscettibili di essere rivisitate, alla luce di probabili ricorsi e appelli che verranno proposti dalla difesa. Fatto sta che il valore dei beni passati dalla parte dello Stato è stimato intorno ai 100mila euro. Stando al provvedimento del collegio catanese, viene disposto per il boss l'aggravamento di un altro anno della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Obbligo di soggiorno per tre anni per Maria Rosaria Campagna che in passato è stata condannata per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti negli sviluppi dell'operazione «Penelope».

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Ma torniamo all'operazione sull'asse Napoli-Catania. C'è un altro filone di indagine che emerge dalle pieghe dell'operazione «Penelope», che potrebbe avere un radicamento in Campania. Non parliamo di ristoranti o di beni immobili, ma di quote societarie o di attività manageriali condotte da un colletto bianco ritenuto affiliato al boss Cappello. Si tratta di un orizzonte investigativo non ancora concluso, che riguarda il filone della raccolta dei rifiuti, sia in Sicilia che in Calabria, con un asset imprenditoriale capace di puntare anche all'area casalese. Stando a quanto emerge da informative di polizia giudiziaria, ci sarebbero stati contatti tra presunti prestanome della famiglia Cappello con esponenti di una famiglia di imprenditori casalesi, storicamente impegnati nel condizionamento di appalti e di procedure amministrative.

I RIFIUTI
Un contatto tra casalesi e catanesi, che si sarebbe organizzato nel settore dei rifiuti, altro presunto asset imprenditoriale legato ai Cappello. Ed è in questo scenario che sarebbe emerso, dalle indagini della Procura catanese, un accordo (poi saltato) per la raccolta dell'immondizia a Casal di Principe.
Ma torniamo al provvedimento del Tribunale misure di prevenzione di Catania, torniamo in via Alessandro Volta. Nessun commento da parte dei gestori del bar pizzeria, anche se emerge la determinazione nel dimostrare la correttezza svolta all'interno del locale commerciale finito sotto i sigilli dello Stato. Dopo aver letto il provvedimento di confisca firmato dai giudici catanesi, i legali del ristorante sono all'opera per inoltrare un probabile ricorso per ottenere la revoca della confisca. Una battaglia legale nella quale - spiegano da via Volta - si cercherà di salvaguardare gli interessi delle persone che sono state impiegate all'interno della struttura.

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