Maradona e Napoli, destini paralleli: storia d'amore e di anarchia

Giovedì 26 Novembre 2020 di Pietro Gargano

Questo virus è perfido. Sta impedendo ai napoletani - non a tutti, certo, qualche irriducibile è corso in strada sotto il murales di Jorit a lui dedicato, o davanti al San Paolo a rendergli onore - di piangere nelle strade, in massa, come in uno struscio di dolore, per Diego Armando Maradona. Un parente stretto, uno da salutare portando zucchero e caffè, come si usa nei nostri lutti. Dieguito è stato lo specchio di Napoli, città come lui selvaggia e insieme generosa, fiera e insieme umile, anarchica e corale, mariola e onestissima, conservatrice e rivoluzionaria. Filosofica e irragionevole, affascinante perché imperfetta. Dieguito è stato ben più di un uomo-squadra: è stato un uomo-città. 

Lo è stato perché ha rappresentato gli oppressi, del Sud d'Italia e dei Sud del mondo. Uno di noi. Un portatore di orgoglio. Lo sfidante dello strapotere del danaro e dell'ingiustizia. Solo Napoli ha saputo raccogliere, d'istinto, tutto il senso poetico di un campione che l'ha resa consapevole della propria grande bellezza. Chi valuta un luogo comune la passione della città per quell'uomo tozzo e magico venuto da lontano, capace di usare i piedi come le mani e la testa come una bandiera, non ha capito niente.

Maradona non rispettò neppure la ricchezza terrena del Papa, tetti d'oro contro tanta fame. Lo esortò: «Vendi qualcosa a vantaggio dei poveri». Ecco perché, in questo rapporto magico, non è un caso che il murale a lui dedicato in via Taverna del Ferro, sia stato dipinto sopra una figura del Pontefice. El Pibe de Oro disse: «Mi sento un ragazzo napoletano perché sono nato anche io in una zona molto povera a Buenos Aires». Disse: «Nessuno potrà mai raggiungere ciò che ho realizzato a Napoli, tra gente finalmente felice». 

 

Quando, ai mondiali, l'Italia giocò contro l'Argentina, Napoli tifò per Maradona. Che ne seppe interpretare l'istinto, sostenendo più o meno che vi lusingano quando serve, una volta tanto, ma tutti i giorni la patria è matrigna. A Napoli Maradona ha incarnato la speranza in un futuro migliore. In fondo è stato uno scugnizzo, un lazzaro che ha saputo rialzare la testa dopo infinite cadute.

Un giornalista della radio-televisione danese, alla vigilia della partita tra Napoli e Midtjylland, chiese in giro: «Che cos'è Maradona per un napoletano?». Qualcuno gli rispose: «Una divinità» e lui si sorprese. Non sapeva, con tutto il rispetto per la teca vermiglia di San Gennaro, che «'na finta e Maradona squaglia o sanghe dint' e vene».

L'argentino non è mi andato via da qui. Le sue tracce sono in ogni vicolo, sui muri, nei bar. Se scolorivano, le ravvivavano. Sotto uno di questi laici altarini i tifosi si sono radunati per chiede la grazie di una vittoria. Vi è rappresentata una lacrima che rappresenta il dolore vivo per la sua partenza, nel 1991. Si conserva perfino un suo capello «miracoloso» in una teca. 

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Puro folclore? E no, affetto sincero per un uomo in sintonia con Napoli, prima ancora che per un asso straordinario. Forse può spiegarne i motivi un episodio del 1985, quando l'attaccante di riserva Pietro Puzone, acerrano fu contattato da un papà disperato per il figlio, bisognoso di un operazione salvavita. Chiese a Dieguito di giocare in una partita amichevole per raccogliere fondi. Venne il sì, ma il presidente Ferlaino invocò una clausola del contratto e rigettò la richiesta. Maradona pagò di tasca propria 12 milioni alla sua assicurazione e giocò su un campo ch'era una palude, fra pozzanghere e auto parcheggiate. Che si fottano i Lloyd di Londra. Questa partita si deve giocare per quel bambino. Non fu l'unica prova della solidarietà che lo muoveva.

Sono centinaia i napoletani che Maradona ha aiutato, con danaro o regalando la propria immagine. La dolce vita dei bagarini cominciò con il suo arrivo. Furono ottimi affari fin dalla presentazione ai cinquantamila del San Paolo, un prezzo pagato solamente per vedere due palleggi e sentire due parole del genio. Ai tempi d'oro, su 40.000 tagliandi d'ingresso allo stadio erano in azione almeno mille bagarini. Quello spaccio veniva tollerato come il contrabbando di sigarette, era un ammortizzatore sociale. 

«Il Mattino» arrivò a vendere 184.000 copie, direttore Pasquale Nonno. E qui, in una storia di sentimenti, s'infila il sociale. Un successo nel pallone prova almeno che, con la buona organizzazione e gli uomini giusti, anche a Napoli si può vincere. 

Anche il vecchio cronista gli deve gioie e soddisfazioni. È indimenticabile la notte del primo scudetto, trascinato dalla corrente di migliaia di passi in festa. Uno notte di delizia, goduta in un coro, come un risarcimento. Luigi Compagnone, maestro dello scontento, s'indignò contro chi trovava svolte epocali in quella baldoria. Scrisse con semplicità: non chiamate «civile» questa Napoli, chiamatela «vera». Era la rivincita di Napoli sulle descrizioni che ne fanno, non molto di più. Antonio Ghirelli parlò dell'emozione dionisiaca di una gioia senza domani. «Vecchi e neonati sono coinvolti nello strepito infernale in cui la gente si stordisce dimenticando tutti i suoi guai». Una catarsi. 

 

Napoli fu tutta azzurra, il colore della malinconia. Azzurri pure i balconi e le finestre dei vicoli stretti. Sulle bancarelle esposero una fialetta di benzina per gli accendini piena d'acqua con l'etichetta «lacrime di Berlusconi». L'idolo della festa fu appunto Diego Armando Maradona, re incontrastato della città. Le parenti di San Gennaro erano diventate parenti sue. A lui era stato perfino eretto un santuario piccolo ma vero, con candele, aroma di incenso, inginocchiatoio e altare barocco. Dieguito aveva recuperato l'immagine della città, scrisse Fabrizia Ramondino, se lo meritava. Quella fu la festa più grande della storia laica di Napoli. Non c'era nel mondo un posto migliore di Napoli per sentirci, una tantum, felici e contenti come nelle fiabe menzognere.

Da capocronista, chi scrive si trovò ad affrontare una domenica da incubo. Erano in sciopero pullman, tram e mezzi pubblici. Telefonò il prefetto: «Aiutateci a convincere la gente ad andare allo stadio a piedi, se vengono in auto serviranno due giorni per sciogliere l'ingorgo». Allora scrissi in pezzo in cui minacciavo i tifosi: se non venite a piedi, vi perderete Maradona. Così arrivarono all'appuntamento da pedoni, in file ordinate.

Napoli ora è triste, lo stadio San Paolo è buio. Qualcosa ci inventeremo, magari sfidando la quarantena, per salutarlo come merita, per dirgli grazie. Gli amori finiscono, ma di questo restano lunghe radici.

Ultimo aggiornamento: 10:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA