Maradona, il dolore di Napoli: ​lacrime e luci per la veglia funebre al San Paolo

Mercoledì 25 Novembre 2020 di Paolo Barbuto

La Napoli di Diego è scesa in strada, sciarpe, bandiere, striscioni e maglie da gioco, smartphone con le canzoncine dedicate al Pibe de Oro, autoradio con le cronache delle partite dei giorni d’oro. La città che amava il campione argentino è trasversale, cinquantenni che hanno gioito sugli spalti e adolescenti che l’hanno visto solo su Youtube ma poi hanno deciso di tatuarsi il suo nome sull’avambraccio. 

La città di Diego non s’è fatta sentire nei luoghi dove il campione ha vissuto: a via Scipione Capece, sotto la storica casa di Diego, solo tre ragazzi infreddoliti: «Volevamo dargli un saluto, non sapevamo dove andare»; all’hotel Paradiso nemmeno sanno più quello che Maradona faceva nelle stanze; il “suo” ristorante, la Sacrestia, adesso non c’è più perché sta diventando una lussuosa villa.

Così, senza punti precisi dove andare a mostrare e a raccontare il dolore, la città della passione azzurra ha cercato i luoghi-simbolo di Maradona: i murales a San Giovanni e ai Quartieri, lo stadio San Paolo, il cancello azzurro del campo Paradiso a Soccavo che adesso è un cumulo di macerie ma conserva l’anima di quella squadra che fece sognare una città grazie a Diego. 

È proprio a Soccavo, al campo Paradiso, che s’è radunata una piccola truppa di appassionati. Lumini accesi, cori dedicati a Diego, uno striscione su un lenzuolo realizzato sul posto: «Questo è il tuo Paradiso Immenso D10». Maurizio Lezzi intona cori, è stato lui a convocare il popolo di Soccavo e Pianura in quel luogo che «da oggi per noi appassionati è diventato sacro», spiega con la voce rotta dall’emozione. Piomba d’improvviso un uomo brizzolato, la maschera sul volto bagnata dalle lacrime «Ho perduto mamma e papà, sto provando quello stesso dolore», cerca abbracci ma viene respinto perché la paura del virus è più forte dell’emozione, resta lì vicino e canta “o mamma mamma mamma” singhiozzando. 

 

Una gazzella dell’Arma passa e rallenta, ci sarebbe da far smobilitare l’assembramento ma i militari comprendono, passano oltre, poi ripassano davanti al gruppetto che cerca di mantenere distanze adeguate. Non interrompono la funzione laica di Soccavo.

A San Giovanni, davanti al gigantesco murales di Jorit va in scena un addio un po’ scomposto fatto di musichette maradoniane sparate a volume alto, fiori, lumini e sciarpe. In un angolo un ragazzo abbraccia la fidanzatina e piange «Io non l’ho mai visto giocare ma era l’idolo del mio papà che non c’è più. Lui oggi sarebbe addolorato e io, non so nemmeno perché, sento il suo stesso dolore».

La gente si cerca, si accalca, fioccano i ricordi e i racconti, il gruppetto diventa folla. Passa una volante e chiede di smembrare l’assembramento, nessuno protesta, ci si allontana per poi tornare a guardare il volto fiero di Diego e a ricordare i giorni delle emozioni calcistiche e della riscossa della città che passava attraverso la maglia azzurra. 

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Anche ai Quartieri Spagnoli il murales di Diego diventa luogo di pellegrinaggio e si alzano cori: «Diego, Diego». Qualcuno ha stampato manifestini a lutto “È venuto a mancare Diego Armando Maradona, la Napoli che piange, Ciao Dio del Calcio”. Una donna che abita dinanzi all’immenso disegno espone la maglia del Boca con il numero 10, la prima indossata da Diego. La gente porta lumini e il muretto che affaccia sulla piazzetta diventa una lunga sequenza di fiammelle dietro le quali c’è chi prega, chi impreca, chi guarda sullo smartphone le compilation dei gol più belli. 

Però la vera, unica e indimenticabile casa di Maradona è stato il San Paolo, s’è deciso che per l’intera notte i fari dello stadio resteranno accesi in segno di lutto e di memoria. Di primo acchito l’esterno dell’impianto resta vuoto, solo pochi sparuti infreddoliti con le sciarpe azzurre. Poi il popolo del pallone lascia gli altri luoghi e decide che la celebrazione vera dovrà tenersi in quel luogo: arrivano in tanti, diventano migliaia dinanzi agli ingressi della Curva B. Qui la cerimonia laica è meno contrita e più esplosiva. Qualcuno appende alle grate una foto, altri accendono lumini, partono cori che fanno tremare Fuorigrotta come ai tempi d’oro del Pibe, si accendono fumogeni come nei giorni dei gol che facevano tremare le grandi avversarie del Napoli di Diego. Un lunghissimo drappo avvolge tutto l’esterno della curva “O re immortale, il tuo vessillo mai smetterà di sventolare”. E quel vessillo sventola per davvero, è una gigantesca bandiera con il volto di Diego stilizzato e il suo numero; il drappo è grandissimo, copre ogni cosa, diventa il simbolo del dolore napoletano che si esprime con il vocione della curva a urlare il nome del campione che non c’è più.  

 

Dall’altra parte della città, a Capodichino, c’è chi resta lontano dalle manifestazioni e si commuove in silenzio. Gennaro Savanelli, pilota personale di Diego, l’uomo che per anni ha fatto decollare il suo piccolo jet portando il campione in ogni città d’Italia e del mondo. Savanelli si commuove ripensando all’ultimo incontro, in aeroporto, a Malpensa. Diego doveva atterrare a Torino per essere sentito dal magistrato Guariniello ma il suo volo venne spostato a Milano: «Gennaro, vieni qui col tuo jet, dobbiamo correre lì». Il Comandante Savanelli raggiunse il suo amico campione, da lontano lo vide sudato e imbolsito: «Quando Diego mi vide, dopo tanti anni, iniziò a piangere: tu sei rimasto uguale, guarda io come sono ridotto», il comandante si commuove. 

Le stesse lacrime di tutta la città che piange il suo mito e s’è data un appuntamento per stasera: prima della gare di Europa League ad ogni tifoso viene chiesto di esporre un drappo o un lumino alla finestra e poi, dopo il minuto di silenzio sul campo la città affacciata ai balconi dovrà far partire il più forte applauso che sia mai stato ascoltato, l’ultimo dedicato a Diego.
 

Ultimo aggiornamento: 23:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA