Marco Di Lauro arrestato dopo 14 anni di latitanza: «Dalla pensionata al macellaio, così il rione ha nascosto il boss»

Sabato 18 Gennaio 2020 di Leandro Del Gaudio

Nei suoi quattordici anni di latitanza, Marco Di Lauro non ha mai cambiato barbiere. Questione di abitudine, come dargli torto, andava sempre dallo stesso coiffeur, sempre lì nel cuore del rione dei fiori, meglio conosciuto come «terzo mondo». E pazienza se le polizie di mezzo mondo gli davano la caccia, se il suo nome è stato per anni alle spalle di Matteo Messina Denaro, come wanted numero uno del famigerato «elenco cento»; pazienza se lo cercavano nei paesi dei magliari (dal Sudamerica all’Est europeo) o nella Dubai di Raffaele Imperiale e Bruno Carbone. Lui invece era lì, sotto casa, a rifarsi le basette, dopo aver attraversato il traffico dell’area nord di Napoli, partendo da via Emilio Scaglione, il suo ultimo covo dove è stato stanato il due marzo scorso. Parola del pentito Salvatore Tamburrino, per anni angelo custode dell’ex primula rossa. Ricordate cosa accade il due marzo scorso? Tamburrino uccide la moglie Nora Matuozzo, dieci minuti dopo le manette spiffera alla polizia l’indirizzo di casa di Marco Di Lauro.

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Ma torniamo alla storia della cattura di Marco Di Lauro. Inevitabile una domanda: come ha fatto il presunto reggente della camorra napoletana a sfuggire alle manette per 14 anni? Stando alla ricostruzione del pentito, un intero rione avrebbe partecipato alla custodia del latitante. Dice Tamburrino: «Era diventato un mito per tutti. E veniva interessato alle vicende del clan solo per le questioni ordinarie». Ma qual era la rete del più grande boss camorra ormai ex latitante? Dice il pentito: il fruttivendolo, il barbiere, il salumiere, la pensionata, l’elettrauto, la titolare di un negozio di abbigliamenti, un ristoratore di Mergellina. Insomma: un pezzo di rione dei fiori avrebbe offerto la sua protezione al superlatitante, gente apparentemente insospettabile. Ha spiegato il pentito Tamburrino: «In questi anni, Marco mi contattava su un cellulare dedicato, solo da usare per sms, che accendevo dalle 16 alle 17 di ogni venerdì, su cui ogni tanto perveniva il messaggio di Marco il quale mi chiedeva di andare dalla sua amica». E chi sarebbe l’amica? È la titolare di un negozio di abbigliamento di Secondigliano, che custodiva gli ordini scritti di Marco Di Lauro. Nomi agli atti, verifiche in corso.

«Trovavo i pizzini che mi mandava il negozio di abbigliamento, oppure mediante il negozio di telefonia non lontano al commissariato di Secondigliano, oppure tramite mio zio Giuseppe, fruttivendolo...». 
 


Ma non è finita. In questi anni, il boss ha retto il clan anche grazie ad altri appoggi. «Per le cose ordinarie, si gestiva da solo, si muoveva liberamente, per esempio per le visite mediche o per acquisti di abbigliamento. Marco girava liberamente, aveva nella disponibilità macchine piccole che non davano nell’occhio», si legge nel verbale del pentito. Ma torniamo alla rete di insospettabili. Spiega Salvatore Tamburrino: «Mensilmente, dalle piazze di spaccio entravano bei soldi, dopo aver pagato tutti quelli che ho detto (agli atti i nomi degli affiliati, ndr), restano 200mila o 250mila euro, che vengono messi da parte. Io, Benedetto Russo e Giuseppe Prezioso gestivamo la cassa e tenevamo i libri mastri, che ci venivano portati tutte le mattine». Ma dove erano custoditi i libri contabili? «Nella salumeria “omissis”, almeno fino al 2013-2014». E dopo? «I block notes giornalieri li teneva “omissis”, un fabbro che ci aiuta anche a blindare le piazze di spaccio, che a sua volta li conserva dalla signorinella “omissis”. Anche il fabbro prendeva la settimana». 

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Ma non è finita. Nella rete di Marco Di Lauro, anche un ristoratore di Mergellina (che è poi fallito e sarebbe stato esiliato fuori Napoli dalla camorra di Secondigliano) o semplici cittadini. È il caso di una pensionata del rione Berlingieri che, nel 2011, ha offerto la propria abitazione per l’incontro chiarificatore tra Marco Di Lauro (spalleggiato dall’immancabile Tamburrino) e il boss della Vinella Grassi Antonio Mennetta, (detto «el nino», come il tornado; o lo spartano, come Leonida), dopo l’omicidio di Antonello Faiello: «Un incontro affettuoso, che si concluse con un accordo di buon vicinato», conclude il pentito. Tutto ciò grazie all’appoggio di una pensionata, senza fare ricorso a bunker sotto terra modello Zagaria o a lunghi spostamenti nell’area metropolitana (modello Edoardo Contini, nei suoi otto anni di latitanza). Una vita quasi alla luce del sole, forte degli appoggi ordinari di persone ordinarie, come ha ribadito il pentito ai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra, titolari delle indagini sulla camorra di Secondigliano: «Mi ha raccontato il barbiere di Secondigliano, che Marco da latitante veniva comunque nel rione a farsi i capelli. Ma era l’unico favore che faceva al clan». 

Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 16:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA