Mario Paciolla, cooperante Onu morto in Colombia: «Era terrorizzato, aveva un piano per fuggire»

Martedì 14 Dicembre 2021 di Valentino Di Giacomo
Mario Paciolla, cooperante Onu morto in Colombia: «Era terrorizzato, aveva un piano per fuggire»

«Ho già tolto il lucchetto, se arriva qualcuno per farmi del male scappo via dalla botola sul tetto». Tanta parte dell'indagine sulla morte di Mario Paciolla ruota attorno a questa confessione che il giovane cooperante dell'Onu in Colombia aveva fatto ad una sua amica solo pochi giorni prima il ritrovamento del suo cadavere. Al secondo piano della palazzina dove si trova l'ultimo appartamento del 33enne cooperante napoletano vi era infatti una botola per salire sul tetto dell'edificio. Mario - sentendosi negli ultimi giorni di vita in pericolo, terrorizzato - aveva individuato in quella botola una possibile via di fuga che non riuscirà mai ad utilizzare. Quando i proprietari dell'immobile dopo alcuni giorni rientrano nell'appartamento di Mario, solo in seguito alla riconsegna delle chiavi da parte del personale Onu in Colombia, ritrovano quella botola chiusa invece dall'interno. I proprietari della palazzina - marito e moglie - abitavano con i loro figli al piano sottostante a quello dove viveva Mario. «Perché - si chiedono ora gli investigatori italiani che da quasi un anno e mezzo indagano sulla misteriosa morte del 33enne napoletano - quella botola era risultata invece nuovamente chiusa?». È una delle tante incongruenze che girano attorno al caso del giovane morto in Colombia il 15 luglio del 2020, un decesso archiviato in un primo momento dalla polizia locale come un suicidio.

L'autopsia effettuata in Italia dall'équipe medico-legale guidata dal professor Vittorio Fineschi, che si è occupato anche dei casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, ha eseguito una tac sulle ferite trovate sul corpo di Mario, esame trascurato dagli esami autoptici effettuati in Colombia. I medici italiani hanno rilevato che la ferita riscontrata sul collo della vittima non sarebbe compatibile con l'impiccagione e non avrebbe potuto procurare il decesso. Se non è stato un suicidio, i pm romani indagano quindi per omicidio cercando i responsabili e provando a comprendere il contesto in cui operava Mario e il possibile movente. Solo poche ore prima di morire, Mario aveva acquistato un biglietto aereo per tornare a Napoli. Nelle ultime telefonate con i genitori, Anna e Giuseppe, il giovane era inquieto ma solo negli ultimi giorni di vita. Raccontava di avere avuto discussioni al lavoro e di sentirsi in pericolo. Chi avrebbe fatto del male a Mario provocandone la morte ha sfruttato proprio quella botola aperta per entrare nel suo appartamento? È la domanda che agita la procura di Roma impegnata sul caso. 

 

C'è un altro importante particolare raccolto dagli investigatori italiani inviati in Colombia. La testimonianza di un vigilante notturno di un cantiere che si trovava a pochi passi dall'abitazione di Mario. «Camminava per strada mentre parlava al telefono, andava avanti e indietro - ha spiegato l'uomo - era molto agitato. C'è una panchina sulla strada, si era seduto per telefonare, ma si alzava continuamente, camminava e parlava nervosamente al telefono». La scena di Mario così agitato racconta le ultime ore di vita del 33enne italiano e risale alle 22.15 del 14 luglio. La mattina seguente Mario sarà trovato senza vita, apparentemente impiccato ad un asciugamano nella sua abitazione. Nell'appartamento numerose tracce di sangue e sul corpo di Mario vari segni di ferite da taglio. Il vigilante notturno è probabilmente la penultima persona ad aver visto il 33enne napoletano ancora in vita. L'ultima traccia sul telefono di Mario risale invece alle 22.45 e - secondo quanto raccolto dagli investigatori - il giovane aveva telefonato al capo della sicurezza della Missione Onu, Christian Thompson. Da mesi anche la stampa si è interessata alla figura del capo della sicurezza, ma l'uomo non risponde. L'ultimo tentativo è stato effettuato dall'inviato delle Iene, Gaston Zama, che nelle scorse settimane si è recato sul posto per trovare risposte. Thompson è un ex sottufficiale dell'esercito colombiano. 

Nonostante l'Onu dovrebbe operare con la massima trasparenza, tanto più se un proprio dipendente è stato trovato morto in condizioni misteriose, da tempo non risponde. L'ultimo contatto avuto con Il Mattino è di un anno fa, una mail in cui il portavoce del Segretario Generale dell'Onu, Antonio Guterres, rispondeva genericamente che l'organismo sta collaborando per far luce sul caso. Anche ieri nessuna risposta da parte dell'Onu e lo stesso per due colleghe di Mario: «Non posso parlare», ci hanno risposto entrambe. Un muro di gomma mentre Anna e Giuseppe, i genitori di Mario, si battono senza sosta per conoscere la verità. 

Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre, 07:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA