Miano, caccia ai killer della camorra:
tanti hanno visto ma nessuno parla

Domenica 2 Ottobre 2016 di Giuseppe Crimaldi

Erano in tanti, almeno una ventina, compresi i bambini che giocavano a pallone in strada. Erano tante le persone che nel pomeriggio di venerdì popolavano vico Cotugno a Miano, teatro di un'efferata azione di sangue costata la vita a Salvatore Corrado e Domenico Sabatino. Dalle finestre delle palazzine popolari a tre piani, come pure lungo la stradina che si snoda disegnando la forma di un ferro di cavallo molti hanno visto chiaramente in viso i sicari armati che scaricavano la pioggia di fuoco sulle vittime. Ma nessuno ha parlato.

Non è riserbo, è omertà: la forma più vile che diventa poi il più straordinario alleato della camorra. Quando poi all'omertà si aggiunge la paura, allora il risultato non può che essere questo: il silenzio. Tanti testimoni oculari, nessun testimone pronto a collaborare con la polizia. Non è la prima e certamente non sarà nemmeno l'ultima volta che succede. Fatta eccezione per gli incolpevoli bimbi, i tanti adulti - uomini e donne di ogni età abituati a vivere con le porte dei bassi aperte o fuori le balconate dei piani superiori - hanno obbedito ancora una volta alla legge della sottomissione. Anche perché chi ha sparato per uccidere Corrado e Sabatino è probabilmente un personaggio ben conosciuto della zona.

Con queste premesse l'indagine della Squadra mobile non può che partire in salita. Inutile dire che in tutta l'area interessata dal raid non c'era l'ombra di una telecamera di videosorveglianza. L'orizzonte investigativo resta ampio: dietro l'ultimo duplice omicidio di Miano i filoni possono essere molteplici, e tutti da prendere in considerazione.
C'è però già una novità indicativa rispetto alle notizie di ieri: il vero obiettivo dei sicari era Domenico Sabatino e non Corrado. Mimmuccio, come lo chiamavano tutti, sarebbe diventato un personaggio scomodo e pertanto qualcuno avrebbe deciso di eliminarlo. Perché? Erede di una famiglia criminalmente nata e formatasi proprio a Miano, figlio di Ettore (oggi collaboratore di giustizia), dopo l'uccisione per lupara bianca del fratello Francesco aveva deciso di restare nel quartiere rifiutando anche il programma di protezione offerto ai familiari dei pentiti. Pur non avendo precedenti, ma solo qualche denuncia per reati, dalle informative di polizia e carabinieri emerge che gravitava (come Corrado) intorno agli ambienti malavitosi della famiglia Lo Russo, rimasta egemone sul territorio almeno fino al doppio pentimento dei suoi capi Mario e Carlo.

La rottura del punto di equilibrio all'interno della cosca dei Capitoni avviene proprio all'indomani dell'inizio delle collaborazioni con la giustizia dei due boss. E da quel momento a Miano c'è chi sogna la scalata alla vetta dell'organizzazione criminale: la posta in gioco resta altissima, perché nel piatto ci sono i proventi del traffico di droga, il controllo degli appalti e le estorsioni. I giochi iniziano durante l'estate: quando c'è qualcuno che decide di accreditarsi come il nuovo referente dei mianesi. Si tenga presente che l'area di controllo criminale dei Lo Russo confina con quelle di altri temibili gruppi, alcuni dei quali in passato sono già entrati in frizione con i Capitoni. Da un lato i Licciardi della Masseria Cardone, dall'altro le famiglie di Scampia e Secondigliano, gli emergenti del Rione don Guanella, senza contare il Rione Sanità, geograficamente separato da Miano da quella cerniera urbana che è la zona di Capodimonte.

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