«Noi campani da 11 mesi in mare
al largo della Cina, stiamo impazzendo»

Giovedì 24 Settembre 2020 di Patrizia Capuano

«Fisicamente stiamo bene, a bordo abbiamo tutto. Ma l'attesa ci snerva. Non avere un vero lavoro da svolgere, vivere giorni tutti uguali, in mezzo al mare, in questo nulla, senza sapere se e quando potremo riprendere la navigazione ci sta spingendo verso la depressione. Non ne possiamo più». È diretto Giuseppe Pugliese, il 42enne comandante della nave bulk carrier «Mba Giovanni» che martedì ha lanciato, attraverso Il Mattino, un appello alle istituzioni perché intervengano a sbloccare la complicatissima situazione che da 88 giorni tiene lui e i suoi uomini in ostaggio al largo del mar della Cina.

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Comandante, qual è la situazione a bordo?
«L'equipaggio è allo stremo. Sono 6 italiani e 13 filippini, esasperati dal lungo periodo di navigazione. In tre mesi, per l'emergenza Covid, non sono state consentite sostituzioni, ma eravamo in viaggio già da molto prima. A bordo c'è tutto ma vivere giorni uguali, scanditi dal lavoro e da ritmi ripetitivi, non è semplice».

Siete in contatto con le vostre famiglie?
«Sentirsi o vedersi attraverso uno schermo, via satellite, non basta più. Io stesso non abbraccio mia moglie e i miei figli - Salvatore di 11 anni, Lorenzo di 9 e Damiano di 5 - dall'ottobre 2019. Undici lunghi mesi. Quando il più piccolo mi implora in lacrime di tornare a casa non sono in grado di rispondere. Sentirlo piangere è una sofferenza. E la cosa più triste è non avere una data. Non poter avviare un conto alla rovescia».

E in questa condizione di incertezza cosa fate? Come avete organizzato il lavoro?
«Sono previsti turni da otto ore, il regolamento va rispettato sempre. E d'altra parte dobbiamo essere impegnati per tutto il giorno per non cedere allo sconforto».

Il prolungarsi di questa convivenza sta incidendo sui vostri rapporti?
«Fortunatamente il nostro è un equipaggio coeso, anche con i colleghi filippini si è instaurato un buon rapporto. Al mio fianco ci sono gli altri ufficiali: Adam Pugliese, di Monte di Procida come me; Davide Erbi di Napoli; Alessio Aliberi, Luca Porcelli e Antonio Pollina».

Di cosa vi occupate sulla nave?
«Facciamo regolari servizi di guardia anche in plancia. La nave è all'ancoraggio, quindi bisogna monitorare la posizione Gps e le condizioni meteo. E poi effettuiamo tutti i lavori di manutenzione».

Come vi rifornite dei viveri?
«Ci vengono consegnati ogni mese con una barca. Non ci manca nulla sotto questo punto di vista. Il nostro armatore, Michele Bottiglieri, si prende cura di noi in maniera esemplare. Riceviamo alimenti e ciò di cui abbiamo bisogno senza difficoltà: tutto l'equipaggio può telefonare e collegarsi a Internet».

Il problema è la lunga permanenza a bordo.
«Sì. Per fortuna stiamo bene e nessuno di noi ha problemi di salute. Ma non è una situazione semplice. E si soffre in silenzio, per non influenzare lo stato d'animo degli altri. La nostra giornata è programmata in modo da tenerci tutti sempre in attività. Controllo sempre tutti».

Con la cucina?
«Il nostro cuoco è di origini filippine ma prepara anche pietanze italiane. È molto bravo. Gli abbiamo insegnato a cucinare la pasta con i legumi, gnocchi, polpette, carbonara. Anche Adam, ragazzo straordinario e ufficiale di Monte di Procida, è a volte ai fornelli. Facciamo due coffee break, alle 10 e alle 15. Sono importanti momenti di condivisione. Nessuno è lasciato solo».

Quali attività svolgete a bordo, nel tempo libero? «Personalmente, ogni giorno cammino per 40 minuti. Facciamo ginnastica, seguiamo il campionato di calcio italiano, leggiamo ebook, guardiamo film. Sembrerebbe una vita da crocieristi, ma le assicuro che resistere è durissima».

Da quanto tempo non scende sulla terraferma?
«Sono partito il 28 ottobre 2019 e da allora sono sempre in navigazione. Abbiamo fatto diverse tappe, tra Australia, Cina e Mozambico. Ma con l'emergenza Covid è diventato tutto più difficile».

E intanto avete superato i limiti di tempo previsti dai contratti.
«Sì. È per questo che diciamo che ci manca la nostra vita. Uno dei nostri filippini sta navigando da oltre 14 mesi. Altri due, Jommel e Jeffrey, in questo tempo sono diventati papà, ma non hanno ancora potuto prendere in braccio i loro piccoli. È tutto molto triste. L'avvicendamento è un diritto da garantire».

Teme un crollo psicologico?
«Sono preoccupato, sì. Senza prospettive certe si rischia di impazzire».

Vuole lanciare un altro appello?
«Chiedo alle autorità italiane di intervenire affinché sia consentito l'avvicendamento dell'equipaggio e il rientro a casa. Noi marittimi, nel corso della emergenza Covid 19, non ci siamo mai fermati. La nostra categoria è stata presente ovunque. Ora è il momento di rivedere mogli, figli, genitori».

Ultimo aggiornamento: 15:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA