Napoli, accoltella 13enne a scuola:
«Amico mio, ti chiedo scusa»

Napoli, accoltella 13enne a scuola: «Amico mio, ti chiedo scusa»
di ​Daniela De Crescenzo
Martedì 23 Maggio 2017, 23:43 - Ultimo agg. 24 Maggio, 21:13
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«Ti chiedo scusa amico mio, non avevo intenzione di farti del male»: si conclude così la lettera che il tredicenne che ha colpito con un coltello il compagno di scuola ha scritto al Mattino. Andrea (ma il nome è ovviamente di fantasia) ha preso carta e penna dopo aver visto le cronache dei siti internet. «Dopo aver letto i vari articoli pubblicati sono disperato – spiega – e mi rivolgo a voi per far sapere la verità. Sono io il tredicenne che ha trovato per caso il coltellino fuori scuola, e per gioco, lo ho provato prima su di me e ho detto “guarda come punge” e poi al mio compagno ho ripetuto: “punge proprio”».

Andrea racconta cosa è successo lunedì in classe, e poi spiega. «Io stavo scherzando non avevo intenzione di fargli del male. Quando ho capito che gli ho fatto male gli ho chiesto scusa e gli ho dato un bacio sulla guancia. Dopo ho preso due o tre fazzoletti per aiutarlo. Lo so che ho sbagliato, anche solo il gesto non si dovrebbe fare. Eravamo in classe seduti vicino, non credevo che una cosa come questa portasse a tutto ciò».

La lettera si conclude con un grande cuore. E così scopriamo che «l’accoltellatore del compagno di banco» è poco più di un bambino che per dire «ti voglio bene» manda cuoricini e che non riesce a raccontare di aver colpito il compagno (racconta solo di aver detto «punge proprio») quasi avesse paura per primo di quello che ha fatto. Le parole scarne di Andrea ci spiegano come un banale scherzo abbia rischiato di trasformarsi in tragedia.

Uno scherzo assurdo, pericoloso e sbagliato, sottolinea la mamma del ragazzino, ma non un’aggressione violenta. Comunque un episodio grave: il direttore scolastico regionale, Luisa Franzese, ha già inviato un ispettore nella scuola. «Ci sono ragazzi che vivono situazioni difficili su di loro bisogna lavorare molto e studiare tuti i possibili interventi. Cose del genere non sono tollerabili con dei tredicenni» dice la responsabile della scuola campana.

Intanto bisognerà capire cosa è veramente successo, e chi sono i protagonisti, Andrea e Francesco (altro nome di fantasia), il bullo e il «tipo soggetto» come si divertono a dire gli adolescenti. «Stavo seduto accanto al mio amico – dice Andrea – non avevamo litigato, anzi stavamo “pariando” – racconta - Lui in principio non si è nemmeno arrabbiato, ha smesso di parlarmi solo quando sono arrivati i suoi genitori». Il suo è un racconto sconcertante, che dimostra una volta di più come le armi possano essere pericolose, soprattutto se finiscono nelle mani dei ragazzini. Soprattutto se, come Andrea, hai 13 anni e non riesci a vivere senza soffrire e magari ti rifugi in un mondo fantastico, dove sei un supereroe e gli altri non sono persone reali, ma solo immagini di un infinito videogame. Un mondo fantastico dove immagini di poter spendere molte vite, proprio come i protagonisti dei giochi con cui ti bruci le giornate. Colpito, affondato, game over. Ti accoltello, vedo il sangue, tu ti asciughi e ricomincia la partita.

E se invece, non riparte il gioco, se arriva l’ambulanza, se a scuola piombano i poliziotti, se la vita vera insiste a distruggere quella immaginaria, ti domandi che succede, perché se la prendono con te. E non ti immagini le difficoltà dell’altro, anche se l’altro, come nel caso del ragazzino ferito, è uno deriso dall’intera classe. Anche se l’altro, magari, è più smarrito di te. Ma, partita dopo partita, chi ha la voglia o la capacità di accorgersene?

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