Agguato a Napoli, un'alleanza tra clan dietro il raid contro il boss di Fuorigrotta: ad agire un solo killer

Giovedì 23 Dicembre 2021 di Luigi Sabino
Agguato a Napoli, un'alleanza tra clan dietro il raid contro il boss di Fuorigrotta: ad agire un solo killer

Vitale Troncone doveva morire. Chi gli ha sparato aveva il compito di ammazzarlo. È questa l’opinione degli investigatori accorsi dinanzi al bar di via Caio Duilio dove il boss di Fuorigrotta è stato ferito gravemente dall’azione dei sicari. Un agguato dalla dinamica ancora da chiarire perché il punto dove è avvenuto non è ‘coperto’ dagli occhi delle telecamere di sicurezza. Quello che è certo, invece, è che ad entrare in azione è stato un unico sicario che ha esploso contro Troncone non meno di quattro colpi di pistola, due dei quali hanno raggiunto Troncone allo zigomo e alle gambe.

Il boss, subito dopo la fuga del sicario, è stato accompagnato da suoi conoscenti al vicino ospedale San Paolo da cui, poi, a causa della gravità delle ferite, è stato trasferito all’ospedale del Mare. Le sue condizioni sono state giudicate tali da far temere per la sua vita. Un’azione eclatante, quella messa a segno dal ‘commando’ che, secondo gli investigatori sarebbe direttamente legata ai recenti fatti di sangue avvenuti nella periferia occidentale di Napoli. L’11 novembre scorso, ad esempio, fu ammazzato Andrea Merolla, nipote dello stesso Troncone.

I killer, almeno due secondo una ricostruzione delle forze dell’ordine, lo affiancarono mentre, in sella al suo scooter, percorreva via Caio Duilio. Inutile il tentativo del 30enne di ripararsi dietro i distributori di carburante di una vicina stazione di servizio. Ferito mortalmente, Merolla, morì poco dopo il ricovero presso l’ospedale ‘San Paolo’. Un delitto questo che, come l’agguato ai danni di Troncone, si inquadra nella lotta tra organizzazioni criminali per il controllo del quartiere Fuorigrotta.

Troncone, infatti, sin dal momento del suo rilascio, avrebbe tentato di prendere il controllo della zona spingendosi fino alle palazzine popolari del rione Lauro dove, da anni, è consolidata la presenza del gruppo Iadonisi. Un’avanzata che, nel marzo dello scorso anno, portò all’agguato ai danni di Gaetano Mercurio, deceduto, poi, dopo 36 giorni di terapia intensiva. Un’azione di fuoco dietro cui, riferiscono le forze dell’ordine, potrebbe esserci anche la mano del sodalizio Sorianiello, i ras della cosiddetta 99 di via Catone.

 

Le pretese di Troncone di ritagliarsi un ruolo di primo piano nello scacchiere criminale dell’area occidentale sarebbero state viste, infatti, come una minaccia per i fragili equilibri malavitosi e questo avrebbe portato alla creazione di inedite alleanze criminali tra i boss della zona. Un tentativo di evitare lo scontro tra i vari gruppi fu, però, fatto da Antonio Volpe, ras del gruppo Bianco-Baratto e considerato una sorta di ‘paciere’ della camorra.

La sua mediazione, tuttavia, si concluse in un nulla di fatto e lo stesso Volpe fu ammazzato da killer rimasti ignoti anche se i sospetti puntarono immediatamente sul gruppo Troncone. Sospetti alimentati dal fatto che l’arma utilizzata per l’omicidio fu trovata dalle forze dell’ordine all’interno di un giardino di via Brigata Bologna, zona considerata roccaforte dei Troncone. A novembre, quindi, la vendetta dei clan con il delitto Merolla, vendetta che si sarebbe dovuta consumare definitivamente questa mattina con l’uccisione di Vitale Troncone.

Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre, 08:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA