Emergenza camorra a Napoli: «Viviamo come in guerra, io ho perso un fratello»

Venerdì 12 Aprile 2019 di Giuliana Covella

«Sono nata e cresciuta qui, ma ormai questo non è più il quartiere di quando io ero bambina. Ho perso un fratello che, nonostante fosse incensurato, è stato ammazzato dalla camorra. La sua morte mi ha spinto a tutelare i miei figli e tenerli lontani dalla strada». Anna (nome di fantasia per garantirne l'anonimato) ha 36 anni, è sposata ed è madre di quattro bambini, con cui abita a San Giovanni a Teduccio, quartiere dove martedì mattina la faida in corso tra i clan della zona orientale ha fatto un'altra vittima. Un uomo di 57 anni, Luigi Mignano, nonno di un bimbo di 3 anni, che stava accompagnando all'asilo insieme al papà del piccolo (rimasto ferito), quando è stato crivellato dai proiettili dei killer in via Ravello al Rione Villa. Uno scenario da Far West che le donne del quartiere, come Anna, conoscono bene. Un fratello di 24 anni trucidato come fosse un boss, senza pietà, davanti al Parco Troisi in viale 2 Giugno. Un fratello che «non c'entrava niente, né aveva precedenti», assicura la sorella, che oggi - a pochi giorni di distanza dall'agguato camorristico davanti all'istituto comprensivo Vittorino da Feltre (la stessa scuola dove vanno i suoi figli) - chiede a nome di tutte le mamme del rione «più polizia e più sicurezza».

Anna, quando è stato ucciso suo fratello?
«Nel gennaio 2013. Era davanti a quello che noi del posto chiamiamo il laghetto, in viale 2 Giugno. Non aveva nessun precedente penale. Eppure a 24 anni si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, perché non c'entrava niente, ripeto. Proprio niente».
 
Una morte che non ha mai avuto una motivazione per voi familiari.
«Esatto, non abbiamo mai saputo perché mio fratello sia stato ammazzato senza pietà. Era un bravo ragazzo, solo questo posso dire. Quel pomeriggio si intratteneva per strada, come farebbero tutti i ragazzi della sua età, in uno dei pochi spazi all'aperto del quartiere. Ecco perché ho paura a far uscire di casa i miei figli e ora ancora di più».

Quanti anni hanno i suoi bambini?
«5, 7, 11 e 13 anni».

Ora ha paura per loro?
«Tantissima. Perché vanno tutti e quattro in quella scuola. Il maggiore quella mattina per fortuna era arrivato più tardi e lo aveva accompagnato mio marito con l'auto. Per un caso fortuito gli altri tre erano già in classe. Ma mi chiedo: se fossero stati fuori? Avrebbero assistito a quella scena? Avrebbero visto un delitto alle 8 del mattino davanti alla loro scuola? Comunque ne sono al corrente e mi fanno domande».

Cosa le chiedono?
«Soprattutto i due più grandi mi chiedono perché non possono uscire. Qui non ci sono spazi all'aperto, né luoghi per il divertimento. Sia io che mio marito li accompagniamo ovunque, ma quando non c'è il padre, perché lavora, restiamo a casa perché ho paura di uscire da sola con loro».

Lei ha detto che nel quartiere la situazione è molto cambiata rispetto a quando era piccola. Cosa intende dire?
«Quando io ero bambina i miei genitori ci lasciavano uscire e giocare in strada o andare in bicicletta, perché le strade del rione erano più sicure. Oggi sin dal pomeriggio qui è il Bronx. Non le dico poi quando fa buio. Siamo abbandonati, come isolati. A volte ho l'impressione di vivere in un territorio di guerra. Pensi che i miei figli hanno le bici nuove, ancora imballate. Non le usano perché temo per la loro incolumità se scendono finanche in cortile. E a scuola vanno solo accompagnati da me e dal papà, mai da soli perché i rischi sono tanti, come dimostra ciò che è accaduto martedì».

Niente spazi di aggregazione, se non qualche centro sportivo e associazioni. Cos'altro c'è nel quartiere?
«La scuola. In particolare la Vittorino da Feltre è un baluardo di legalità per noi mamme. Se non ci fosse la preside (Valeria Pirone, ndr) non so come faremmo a dare ai nostri figli una speranza in un quartiere abbandonato come questo. Lei ci ha coinvolte finanche nella marcia anticlan dell'anno scorso e io ero in prima linea con gli striscioni a dire no alla camorra».

Cosa vorrebbe per i suoi figli e per i bambini di questo rione?
«Più pattuglie di polizia e più vigili urbani fuori alle scuole: sarebbe già positivo, ma soprattutto un futuro migliore. Io non lavoro, ma mi occupo della loro educazione e li aiuto ogni giorno a fare i compiti, perché voglio che imparino che la cultura è l'unico strumento per salvarsi e che non tocchi loro la stessa sorte avversa che sei anni fa ci ha portato via mio fratello».

Ultimo aggiornamento: 14:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA