«Napoli, le armi della faida di camorra nascoste nei copertoni delle auto dei residenti»

Martedì 18 Giugno 2019 di Leandro Del Gaudio
Un certificato medico per fare le «stese». Un documento di un medico Asl da tenere in tasca in vista di un eventuale controllo di polizia, tanto per stare apposto quando si rientra in casa. È uno degli espedienti usati dai killer del clan Vastarella della Sanità, per dribblare le indagini quando i vicoli del centro storico si trasformano in un inferno. È il racconto del pentito Daniele Pandolfi a far emergere il sistema dei falsi certificati medici, quando si tratta di scendere in strada e consumare le cosiddette «stese», scorrerie armate, ultima moda nella frontiera criminale cittadina. Spari contro balconi, portoni, saracinesche.
 
Spari in aria per terrorizzare i rivali, per mostrare i muscoli, che in alcuni casi hanno anche colpito persone estranee alla camorra. Ricordate l’omicidio di Genny Cesarano? Fu colpito a morte sotto casa, proprio nel corso di una stesa, di un’azione dimostrativa consumata dai Lo Russo.

Stese, scorrerie armate, come recita il codice penale: spari che, in alcuni casi, sono stati messi a segno proprio con il via libera di medici dell’Asl. Aula 115, prima assise (presidente Provitera), processo per la strage del circolo Fontanelle (23 aprile del 2016), dove vennero uccisi Salvatore Vigna e Giuseppe Vastarella, mentre furono lievemente feriti Dario Vastarella, Antonio Vastarella e Alfredo Ciotola. Assalto organizzato dagli Esposito-Genidoni contro i Vastarella, lì all’esterno del circolo Maria santissima dell’Arco. Scene di guerriglia urbana, in parte ricostruite ieri in aula dal pentito Daniele Pandolfi, al termine delle inchieste condotte dai pm Urbano Mozzillo e Enrica Parascandolo, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Particolari a tinte forti offerti al giudice. Ma andiamo a leggere i verbali freschi di deposito.

Sono decine le pagine di omissis a proposito dei finti certificati medici. Facile immaginare che ci siano verifiche di polizia giudiziaria sui nomi indicati dal pentito, sulle condizioni cliniche dei detenuti, ma anche sui permessi assicurati - sempre grazie ad attestazioni mediche - per andare a svolgere terapie o visite mediche. Inchiesta in corso, mentre il racconto del pentito torna all’agguato all’esterno del circolo ricreativo in via Fontanelle: «Certo che noi vedette eravamo armati - risponde al pm Mozzillo - ma non sempre potevamo tenere le armi addosso, perché nella nostra zona c’erano molti controlli di polizia e carabinieri. Dunque? «Tenevamo nascoste le nostre pistole sulle ruote delle auto in sosta», ha spiegato il pentito. Macchine in sosta, circoletto affollato, armi pronte all’uso. Servirono a poco in quel venerdì sera, quando arrivarono - dicono le indagini - i killer degli Esposito-Genidoni, anche se il vero obiettivo dell’agguato riuscì a sfuggire ai colpi facendo leva su tutta la propria disperazione. E lo sanno tutti nella parte alta del rione caro a Totò, secondo quanto viene ricordato dallo stesso collaboratore di giustizia: «Ci fu chi, alla vista dei killer, di fronte a quei colpi esplosi dall’esterno verso l’interno, riuscì addirittura a sfondare la parete - che era di carton gesso - trovando così una inaspettata via di fuga». Storie criminali che vedono coinvolti il presunto boss Antonio Genidoni (detenuto al carcere duro), ma anche Vincenza Esposito, Addolorata Spina e Emanuele Esposito (difesi - tra gli altri - dai penalisti Gennaro Pecoraro e Leopoldo Perone), in uno scenario simile a quello di tante altre faide che hanno insanguinato l’area metropolitana: «Da Secondigliano arrivò l’ordine di cacciare di casa quelli legati agli Esposito-Genidoni - ha spiegato Pandolfi -: e avvenne tutto in una notte».
 
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 07:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA