Omicidio dello zainetto, altri due arresti: è la faida per la droga a Napoli Est. «Videro il bimbo ma spararono ugualmente»

Lunedì 25 Novembre 2019

Nelle prime ore di questa mattina, i carabinieri e la polizia di Stato hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Tribunale di Napoli su richiesta dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, nei confronti di due soggetti ritenuti a vario titolo responsabili di omicidio, tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi comuni da sparo, incendio, ricettazione, aggravate dalle finalità mafiose.

Il provvedimento cautelare è stato emesso all’esito di una intensa e articolata attività di indagine, condotta congiuntamente dalla Squadra Mobile di Napoli e dal Nucleo Investigativo di Napoli, che ha permesso di raccogliere gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli odierni indagati in relazione all’omicidio di Luigi Mignano (classe 1962), commesso il 9 aprile 2019, in via Ravello, mentre la vittima stava accompagnando a scuola, unitamente al figlio, rimasto ferito nell’agguato, il proprio nipotino.
 


Le indagini, scattate subito dopo la commissione dell’efferato delitto davanti a bambini e genitori che li stavano accompagnando a scuola, sotto il continuo coordinamento dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, avevano già permesso a meno di un mese dall’evento di emettere un provvedimento emergenziale di fermo, eseguito il 4 maggio 2019, nei confronti di sette soggetti, elementi apicali ed affiliati al clan D’Amico, articolazione del gruppo camorristico Mazzarella operante nel quartiere di San Giovanni a Teduccio.

L’attività investigativa ha poi consentito, in particolare, di raccogliere ulteriori indizi che, oltre a far emergere responsabilità nei confronti degli altri componenti del commando, oggi tratti in arresto, hanno permesso di ricostruire in maniera definitiva tutte le fasi dell’azione delittuosa, che va ricondotta nell’ambito della contrapposizione armata tra i clan Mazzarella e Rinaldi, per il controllo delle attività illecite nell’area orientale di Napoli. 

Sulla vicenda intanto emergono particolari agghiaccianti. Il commando dei killer sapeva che nell'auto c'era anche un bambino di 4 anni, lo avevano visto. Ciononostante continuarono a sparare, anche contro la vettura dove c'era il nipotino di quattro della vittima, il quale, per ripararsi, si era nascosto sotto il sediolino anteriore del lato passeggero. Da una intercettazione ambientale, inoltre, registrata negli uffici della Questura di Napoli,(inserita nell'ordinanza cautelare emessa lo scorso 6 maggio con la quale vennero arrestati le prime cinque persone ritenute coinvolte nell'agguato a Mignano), gli investigatori colgono anche un altro particolare raccapricciante: il raid scattò con l'intenzione di colpire tutti i loro avversari presenti, e quindi anche il bambino. A Borelli viene contestato, tra le altre cose, di avere fatto sparire l'arma usata per l'agguato, una calibro 9, che, secondo un'altra intercettazione, sarebbe stata tagliata in vari pezzi con una smerigliatrice. A procurare la pistola, tra le altre cose, fu Salomone a cui viene anche contestato di avere partecipato alle fasi decisionali ed esecutive dell'omicidio. Lo scorso 6 maggio vennero fermati, per l'omicidio di Mignano, Umberto Luongo, Gennaro Improta, Salvatore Autiero, Ciro Terracciano (quest'ultimo colui che sparò ai Mignano) e il boss Umberto D'Amico, detto «ò lione», sul cui cellulare gli investigatori avevano scaricato uno spyware. Umberto D'Amico è detenuto, tra le altre cose, anche l'omicidio dell'innocente Ciro Colonna. Per tutti venne poi confermata la custodia cautelare in carcere.

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