Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Bitcoin, “banca d'affari” nel rione Sanità a Napoli: sei indagati, riciclavano soldi sporchi

Mercoledì 21 Settembre 2022 di Leandro Del Gaudio
Bitcoin, “banca d'affari” nel rione Sanità a Napoli: sei indagati, riciclavano soldi sporchi

Una banca d’affari tra i vicoli di rione Sanità. Un intero nucleo familiare in grado di convertire soldi veri, per lo più provento di attività illecite (truffa e evasione fiscale) in moneta elettronica, parliamo di bitcoin, con un doppio risultato: il riciclaggio di denaro ritenuto sporco; la possibilità di spenderlo in ogni momento e in ogni parte del mondo, grazie a una banale operazione via computer o tramite il proprio cellulare. Operazioni - vale la pena sottolineare - rimaste al riparo da ogni possibile verifica, che restituiscono denaro impossibile da tracciare. Una sorta di banca di affari, finita al centro delle verifiche dei carabinieri, sotto il coordinamento di un pool di inquirenti specializzato in reati telematici.

Al lavoro il pm Claudio Onorati, sotto la guida del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli (in un pool composto anche dai pm Capasso e Cozza), che hanno messo a segno dei sequestri di cellulari e computer a carico di alcuni indagati. Sotto i riflettori la posizione di Giuseppe De Rosa (classe 1989) e del suo genitore Antonio (classe 1964), in uno scenario che vede indagati - come presunti prestanome - altri componenti della stessa famiglia, ma anche soggetti insospettabili, che avrebbero portato i propri risparmi in un’abitazione della Sanità per collocarli in un luogo sicuro, inattaccabile. Secondo la ricostruzione della Procura, il gruppo avrebbe dato vita a una serie di portafogli elettronici (wallet), con tanto di codici, credenziali ad appannaggio esclusivo dei clienti. Avrebbero in questo modo creato una sorta di “materasso elettronico”, dove nascondere il frutto di attività illecite, in particolare truffe, frode bancarie, anche se non si escludono altri canali illegali su cui sono ovviamente in corso le indagini. 

LEGGI ANCHE Criptovalute, ingegnere truffato: «Ho perso 900mila euro: volevo uccidermi»

Per mesi, i carabinieri hanno controllato le attività dei De Rosa. Hanno monitorato gli incontri con i potenziali clienti, che avvenivano nei pressi delle loro abitazioni, possibili depositi di denaro. Poi sono state prese in esame le utenze riconducibili ad alcuni esponenti della famiglia e non sono mancante le sorprese: «Dai tabulati telefonici è emerso che alcune utenze ricevono una consistente attività di messaggistica sms compatibile con invio di Otp e codici dispositivi anche da banche estere». Chiaro il concetto? Banche internazionali spediscono a Napoli token e sequenze numeriche per consentire di prelevare o gestire i conti correnti. E sono ancora gli inquirenti napoletani a spiegare i contorni di questa possibile frontiera: «Dalle attività di osservazione e pedinamento è emerso che Giuseppe De Rosa intratteneva rapporti con numerosi “clienti”, che consegnavano allo stesso, o al padre Antonio, denaro contante per ricaricare i wallet di criptovalute, utilizzando come modalità preferenziali le consegne dirette in strada o ulteriori modalità che garantissero anonimato e non tracciabilità dell’operazione». Ricostruzioni che attendono la versione dei singoli indagati, nel corso delle quali ha avuto un certo peso anche l’analisi dei beni riconducibili ai presunti reggenti dell’associazione.

LEGGI ANCHE Treviso, paga sicario in criptovalute per uccidere il rivale in amore: denunciato 34enne dopo segnalazione dell'FBI

Secondo gli accertamenti dei carabinieri, Giuseppe De Rosa disporrebbe di liquidità e beni non compatibili con i redditi dichiarati e con i movimenti in chiaro. Ed è ancora Giuseppe De Rosa ad avere a disposizione auto a noleggio, con le quali si recava a Torre del Greco e in altri comuni dell’area vesuviana, su cui sono ovviamente in corso le indagini. Indicato come “mente” di una «banca d’affari clandestina», De Rosa non ci sta e si dice pronto a difendersi in tutte le sedi. È difeso dal penalista napoletano Luigi Pezzullo, che ha chiesto un incidente probatorio (un atto irripetibile) finalizzato a cristallizzare il contenuto dei cellulari e dei computer finiti sotto sequestro. Un modo per dimostrare - nell’ottica della difesa - la correttezza di operazioni finanziarie che avvengono su scala internazionale. In sintesi, «non ci sarebbe la consapevolezza della provenienza illecita del denaro, da parte di chi svolge l’attività di imprenditore finanziario. Va ricordato - aggiunge l’avvocato napoletano - che i bitcoin sono usati in tutto il mondo come delle valute, come un semplice strumento di pagamento». 

Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 16:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA