Napoli, l'ultimo business della camorra: racket sulle bare dei cinesi morti

Domenica 2 Giugno 2019 di Leandro Del Gaudio
Mille euro per ogni salma che esce da Napoli, che passa per il porto, che entra in uno di quei container destinato a sbarcare in estremo oriente. Mille euro per ogni salma di un cinese morto, con tanto di scheda di accompagnamento che viene organizzata da una sorta di burocrazia del malaffare, la stessa che poi intasca i soldi a mo’ di tangente. Ad organizzare la tratta, ma anche l’estorsione, sono quelli di Franco Mazzarella, a giudicare da quanto è stato messo a verbale di recente dal cugino del presunto esattore, parliamo di Alfonso Mazzarella, che in questi anni ha riempito pagine di verbali sugli affari opachi all’interno del porto di Napoli. E c’è un capitolo interamente dedicato alla storia dei cinesi defunti, alla tratta delle salme e delle casse da morto e al pizzo per assicurare il ritorno a casa dei resti mortali dei propri connazionali. Un modo diretto per risolvere una sorta di mistero metropolitano, che da anni ruota attorno alla presenza dei cinesi a Napoli (una comunità laboriosa e rappresentata nella sua stragrande maggioranza da persone oneste) a partire da una domanda su tutte: che fine fanno i cinesi quando muoiono?
 
Stando al pentito Alfonso Mazzarella, ci sarebbe chi ha imparato a cambiare le carte in tavola, a proposito delle generalità del defunto, riuscendo anche a trasferire senza troppi disturbi le salme (o le ceneri) di nuovo in Cina. Spiega il collaboratore di giustizia: «È venuta da me una cinese, una tizia che si faceva chiamare Maria, che mi chiese se conoscessi qualcuno all’interno del porto, dal momento che i cinesi non celebrano funerali in Italia ma hanno l’abitudine di mandare le salme in Cina. In sintesi, la comunità cinese aveva bisogno di un contatto nel porto di Napoli che gli consentisse di imbarcare le salme dei defunti in container da mandare, via mare, in Cina. Ed è stata la stessa Maria a dirmi che quando moriva qualche cinese, erano loro stessi che “facevano sparire” la salma rimandandola in patria e utilizzavano gli stessi documenti per qualcun altro». Come a dire: il nome resta a Napoli, la salma se ne va in Cina sotto falso nome. 

Ma cosa c’entra il clan Mazzarella in questa storia? Aggiunge il pentito: «Io stesso ho fatto incontrare Maria e Franco Mazzarella, che la fece venire a prendere da Clemente Amodio, che a sua volta la condusse a San Giovanni a Teduccio. Mi risulta che Franco Mazzarella e Maria si siano accordati in questo modo: i cinesi avrebbero dovuto corrispondere a Franco Mazzarella mille euro per ogni salma imbarcata». E non è stata l’unica tangente di cui ha parlato il pentito, riconducendo l’attenzione sempre e comunque al ruolo di Franco Mazzarella. Una sorta di «dogana», per dirla con il pentito, uno che per anni ha potuto contare su un ufficio all’interno del porto di Napoli, più o meno nei pressi dell’edificio che ospita i consolati di Norvegia e Finlandia, sempre pronto a stabilire l’affare perfetto di fronte alla mole di lavori che si realizzano sulle banchine di Napoli, quasi a dispetto dell’immobilismo dell’altra parte della città. Ed è proprio grazie al racconto reso dal collaboratore di giustizia, che si è arrivati a una inchiesta di recente culminata in sei arresti a carico di funzionari e di imprenditori per una serie di appalti ritenuti sospetti. Inchiesta quest’ultima condotta dai pm Ida Frongillo e Valeria Sico, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, in cui non ci sono accuse di contatti con la camorra, anche se appare grave la trama di accordi illeciti legati agli appalti nel porto di Napoli. 

Ma torniamo alla storia dell’uomo chiamato «dogana», del presunto boss in grado di stabilire un prezzo per ogni passaggio sulle banchine napoletane. Una storia che risale al 2002 - spiega Alfonso Mazzarella - quando i principali cartelli criminali di Napoli (tra cui anche quelli di Secondigliano) siglarono un patto sui lavori pubblici nel porto cittadino: «Un patto ancora in corso - assicura il collaboratore di giustizia - vista l’importanza degli interventi di riqualificazione e di restyling che andavano realizzati. Gli accordi vennero presi in un ristorante del borgo marinari, ai piedi di Castel dell’Ovo: «Vi parteciparono i Mazzarella, Giuseppe Missi il vecchio (da più di dieci anni collaboratore di giustizia), Peppe Amendola e Tonino ‘o biondo (per il clan Contini dell’alleanza di Secondigliano), Ciro Mendoza e Antonio Calone (per la camorra di Posillipo), e un esponente dei Montescuro di Sant’Erasmo (detto Ciro ‘o paciere). In tale circostanza - aggiunge il collaboratore di giustizia - i capi si accordarono per chiedere una prima trance di un milione di euro a ciascun imprenditore impegnato nei lavori, più venti assunzioni a cantiere. Preciso che si tratta di lavori enormi, che sono ancora oggi in atto».

E torniamo invece all’asset imprenditoriale di Mazzarella, almeno secondo la ricostruzione che mette agli atti il suo ex braccio destro: «Posso dire ancora che Franco Mazzarella percepisce una tangente su ogni carico di container scaricato dalle navi che arrivano al porto di Napoli. Ha un ufficio lì nel porto, ma possiede anche un garage di camion a via Vigliena e da tale garage passano tutti i camion porta container che escono dal porto di Napoli».

Uno scenario camorristico, fatto di presunte collusioni di esponenti delle forze dell’ordine chiamate a vigilare, di racket vecchio stile per ogni merce che entra a Napoli, secondo quanto raccontato da una indagine condotta dalla capitaneria di porto che si è poi evoluta anche in altre conclusioni. Non c’entrano con la camorra e con le regole imposte dai clan, quelli che sono finiti in manette lunedì scorso, in uno scenario che ora attende la valutazione del Riesame. Come è noto a finire agli arresti domiciliari sono stati Gianluca Esposito, Pasquale Loffredo, Pasquale Ferrara, Pasquale Sgambati, Giovanni Esposito e Alfredo Staffetta (difesi, tra gli altri, dai penalisti Francesco Cedrangolo, Lelio Della Pietra, Mario Mele, Giampiero Pirolo, Maurizio Zuccaro), che ora attendono una probabile valutazione del Riesame. Corruzione e turbativa d’asta le accuse battute dalla Procura di Napoli, quanto basta a fare chiarezza su scelte amministrative e strategie politiche che per anni hanno regolato il flusso di denaro piovuto in città per rifare il look al grande scalo partenopeo. Ultimo aggiornamento: 3 Giugno, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA