Napoli, il Campus hi-tech della Apple per i geni delle App: ecco come funzionerà

Venerdì 6 Maggio 2016 di Pietro Treccagnoli

Ci sono parole che vanno sempre coniugate al futuro. Innovazione è una di queste ed erroneamente si fatica a calarla nel concreto, a renderla visibile. Eppure l'innovazione andrebbe coniugata al presente, perché nel presente vive sebbene spesso non ce ne rendiamo conto. Prendete, ad esempio, le startup o le stesse app che usiamo quotidianamente, le nominiamo, le scarichiamo, ce le consigliamo e fanno invasivamente parte della nostra vita. Valeria Fascione, una lunga attività tra startup e incubatori di imprese, tra Città della Scienza e Palazzo Santa Lucia, da un anno come assessora all'Innovazione, alle startup e all'Internazionalizzazione deve maneggiare proprio questa materia apparentemente astratta, ma che interagisce con la vita di tutti i giorni, e deve farla interagire con il mondo dell'impresa.

La prima sfida visibile (perché la costruzione della piattaforma tecnico-burocratica nella quale installare e far crescere i progetti è lavoro per sua natura sotterraneo, invisibile) sarà il centro di sviluppo app della Apple, per il quale, sfumata l'idea di Bagnoli, è da tempo in pole position l'ex-Cirio di San Giovanni a Teduccio, in un'area ex-industriale che possiede spazi tali da ospitare gran parte dell'industria del XXI secolo, riconvertendosi e riprendendo una vocazione secolare. «A San Giovanni» spiega la Fascione «i lavori di ristrutturazione sono in una fase molto avanzata e sono a norma per le esigenze della Apple, con elementi modulari adatti al tipo di strutture del gigante americano». Seicento studenti, perché si tratterà essenzialmente di formazione (retribuita, certo), arriveranno da tutt'Europa. «E forse anche dall'Asia» aggiunge l'assessora «perché oltre alla base negli Stati Uniti e a un centro in Brasile, per la Apple c'è solo Napoli, mentre stanno studiando di creare un punto anche in Indonesia».Può sembrare una sfida azzardata e le critiche arrivate sono state talvolta trancianti, ma, invece, si lavora. A settembre si potrebbe partire già con un piccolo gruppo di giovani. La ex-Cirio offre spazi adeguati per le aree in cui l'azienda della Mela divide il lavoro e la didattica tra lezioni frontali, «collaborative», «exhibition» e apprendimento personale. È previsto una sorta di campus all'americana, ma molto più tecnologico e friendly. «Il nostro obiettivo è realizzare strumenti pronti per l'uso per far crescere le imprese che producano per il futuro, che guardino avanti» aggiunge la Fascione «interagendo con la grande impresa, ma anche con il vasto mondo della piccola e media impresa che in Campania è soprattutto manifatturiera e negli anni purtroppo ha perso almeno il venti per cento della produzione».

In buona sostanza, l'idea è quella di mettersi in pari, facendosi trovare laddove il consumo e la produzione dei prossimi decenni stanno andando. «Semplificando è così» ammette l'assessora, ma precisa: «Possiamo anche sintetizzare il nostro lavoro istituzionale in una formula secca: alleanza per l'innovazione». Un'alleanza tra le forze produttive e quelle creative, specialmente giovanili, uscite dalle Università (interlocutori privilegiati del progetto). Non si deve immaginare un esercito di nerd o di smanettoni, tipologie più narrative che reali, stereotipi da social network. È un'innovazione che punta necessariamente a trasformare anche la comunicazione e la redditività di elementi di forza della Campania, come l'arte, l'archeologia, il turismo e l'agroalimentare che, in una lettura standardizzata della regione, appaiono come gli atout più evidenti, mentre settori come l'aerospaziale (per fare un solo esempio) restano generalmente in sordina. «Non ci si deve limitare a produrre» chiarisce la Fascione «occorre imparare a vendere. Una volta capito che cosa si è in grado di realizzare è necessario aggredire il mercato». 

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