«Napoli, sos pronto soccorso al Cardarelli: Omicron ci ha piegato di nuovo e rischiamo nuovi stop»

Domenica 23 Gennaio 2022 di Ettore Mautone
«Napoli, sos pronto soccorso al Cardarelli: Omicron ci ha piegato di nuovo e rischiamo nuovi stop»

Un protocollo nazionale per le cure domiciliari, il potenziamento della medicina di famiglia per alleggerire la pressione dell'emergenza Covid sugli ospedali: sono queste le proposte del consigliere regionale di maggioranza Pasquale Di Fenza dopo una visita all'ospedale Cardarelli avvenuta all'indomani dell'ennesimo stop agli accessi non urgenti per decongestionare l'ingorgo della prima linea dell'ospedale. Fiorella Paladino è il direttore dell'Unità operativa di Medicina di urgenza e pronto soccorso dell'ospedale collinare.

Il Cardarelli è di nuovo in difficoltà?
«La situazione è molto complessa. Per mesi la gestione della ondata Delta è stata ottimale, con lo scoppio di Omicron abbiamo avuto una massa di accessi di pazienti Covid e non Covid che ci ha costretti a ridefinire spazi, ricoveri e percorsi».

Il Cardarelli ha sempre numeri record di afflusso?
«I valori assoluti non sono quelli pre-Covid ma i numeri oggi hanno un significato diverso. I contagi sono talmente tanti che i pazienti che arrivano qui hanno il Covid ma anche tanti altri problemi. Il Covid non è più la patologia dominante. E contemporaneamente ci sono i malati altrettanto complessi ma senza infezione. I colleghi intervengono in un'area Covid, poi si tolgono le tute e affrontano un caso non Covid. E così di continuo giorno e notte».

I malati più gravi Covid sono i non vaccinati?
«Ci sono tanti non vaccinati con le polmoniti ma anche alcuni vaccinati con patologie di base. Casi seri anche con Omicron. L'altro giorno abbiamo perso una persona di 57 anni non vaccinato. Vediamo tante fratture perché soprattutto negli anziani questa nuova ondata provoca sincopi improvvise e cadute anche in assenza di altri sintomi».

Un documento sindacale è moto duro sul rispetto dei percorsi e punta il dito su nodi insuperati.
«Ognuno fa la sia parte. I sindacati fanno la loro. I percorsi ci sono e sono anche articolati. Abbiamo un pretriage con tampone antigenico, un'area sospetti a pressione negativa in cui facciamo il molecolare, aree di accoglienza e di ricovero separate. La verità è che questo virus ha sovvertito tante convinzioni scientifiche, immunologiche, patogenetiche».

E i paraventi?
«È successo solo in un caso, li usiamo solo per delimitare i percorsi non per i ricoveri».

Vi siete dovuti fermare due giorni fa.
«Accogliamo sempre tutti, anche noi abbiamo un limite. Tre giorni fa abbiamo avuto 6 ambulanze in fila ma solo perché tutti gli altri ospedali chiudono a singhiozzo. La verità è che noi non ci fermiamo mai mentre tutti gli altri sono soggetti a continui stop per sanificazioni e pazienti Covid».

Le aree di urgenza e i pronto soccorso andrebbero ripensati anche strutturalmente?
«In Cina lo stanno facendo. Stanno chiudendo ospedali nuovi per ricostruirne altri».

L'attuale gestione del caos in pronto soccorso è la migliore possibile?
«Siamo costretti a prendere decisioni delicate e importanti. Non ci sono molte alternative. È vero siamo stati travolti da tutti questi pazienti ma è stato un momento e abbiamo reagito. Sento i colleghi di Lombardia, Veneto, Piemonte: hanno le stesse difficoltà».

Con questi scenari cosa chiedere ai fondi del Pnrr?
«A livello centrale il Pnrr dedica zero euro all'emergenza. Da due anni si è chiesto ai medici di urgenza di rimboccarsi le maniche cose che i colleghi hanno fatto in tutta le realtà italiane compreso il 118. Nella prima ondata i malati erano tutti da ventilare e abbiamo retto. Adesso i Covid si confondono con la popolazione non Covid ma nessuno a livello centrale e regionale mette in agenda la medicina di urgenza e di chi vi lavora».

Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 07:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA