Condannato il piromane del Vesuvio: «Appiccò il fuoco, restò a contemplarlo»

Giovedì 1 Marzo 2018 di Dario Sautto
Condannato il piromane del Vesuvio: «Appiccò il fuoco, restò a contemplarlo»

TORRE DEL GRECO - «Ha appiccato le fiamme vicino alla veranda di casa e avrebbe potuto uccidere anche la madre». Non ci sono dubbi che il 25enne Leonardo Orsino sia il responsabile dell’incendio che ha distrutto circa un ettaro di vegetazione all’interno del Parco del Vesuvio, a Torre del Greco, la scorsa estate. Per questo motivo, il gup del tribunale di Torre Annunziata, Antonio Fiorentino, ha accolto la tesi dell’accusa – rappresentata in aula dalla pm Antonella Lauri – ed ha condannato il giovane macellaio piromane a quattro anni e mezzo di reclusione. Le sue lacrime in aula e le sue dichiarazioni spontanee ieri mattina non hanno convinto il giudice: «Non sono un mostro, non sono un piromane. Non sarei stato capace di fare del male alla mia famiglia. Non avrei mai fatto una cosa del genere». Una strenua difesa, quella di Orsino, che ha negato ogni addebito, respingendo le accuse. Eppure, ad incastrarlo c’erano le conversazioni tra la zia e altri parenti. La donna, al telefono, era preoccupata delle cattiva influenza del 25enne sul figlio 15enne. «Lui stava lì e osservava le fiamme divampare» raccontava la zia. «È stato quello scemo di Leonardo, poteva uccidere la madre» diceva la donna, ignara che il suo telefono fosse intercettato dall’Antimafia per altre vicende, tuttora secretate.

Era la notte tra il 13 e il 14 luglio scorsi, quando – già in piena emergenza incendi – Orsino avrebbe appiccato il fuoco vicino alla pineta di via Sopra ai Camaldoli, nella zona alta di Torre del Greco, proprio alle falde del Vesuvio. Semplicemente con un accendino, ritrovato poi su un muretto poco distante. In pochi minuti le fiamme sono diventate alte e indomabili, spinte dal vento caldo di quei giorni. Lo stesso Orsino fu tra i primi a dare l’allarme e a chiedere di allertare i soccorsi, e anche a partecipare alle operazioni di spegnimento, ma «senza molta convinzione» sostiene l’accusa secondo alcune testimonianze. A confermare il luogo dell’innesco è stata una relazione dei carabinieri forestali del 17 luglio, che coincideva con i racconti telefonici tra i parenti del presunto piromane. «Orsino è solo un capro espiatorio – sostiene il suo difensore, l’avvocato Giuseppe Rizzo – a processo c’è la persona sbagliata. Dovrebbero essere imputati i responsabili del Parco e degli enti comunali che sprecano i fondi che arrivano senza effettuare controlli e senza fare prevenzione». La discussione ha fatto comunque «risparmiare» circa un anno di carcere al 25enne: l’accusa aveva chiesto cinque anni e quattro mesi di reclusione, pur essendo stato scelto il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo sulla pena finale. Si è costituito parte civile solo il Comune di Ottaviano, ammesso al risarcimento in separata sede. Assenti Ente Parco e Comune di Torre del Greco. Era andata, invece, molto peggio a Cipriano De Martino, il 60enne di Vico Equense condannato un mese fa per l’incendio appiccato sul monte Faito. Per il piromane ex volontario antincendi, sempre in abbreviato, era arrivata la condanna a sei anni e due mesi di reclusione. In quel momento il Faito era stato risparmiato dalle fiamme e quel rogo durò settimane, distruggendo diversi ettari di vegetazione.

Sulla devastante emergenza della scorsa estate stanno ancora lavorando tre Procure (Torre Annunziata, Nola e Napoli), ma per ora sono stati scoperti e condannati per incendio boschivo solo i due piromani, presunti responsabili di altrettanti roghi. Per gli altri fronti di fuoco – almeno una decina – al momento non si sa ancora nulla, con le indagini che non si sono mai fermate e sono rivolte soprattutto ai flussi di denaro generati dall’emergenza.

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