Napoli, contagiata in ospedale ora in padiglione Covid: «Situazione da campo militare»

Venerdì 30 Ottobre 2020 di Paola Marano

Si ricovera circa un mese fa per un accertamento all’esofago e contrae il coronavirus in ospedale. E’ successo a P. F, 65enne di Napoli, che attualmente si trova nel padiglione H dell’ospedale Cardarelli, la struttura adibita dal più grande nosocomio del Mezzogiorno a reparto Covid. A raccontare la storia è Stefano Russo, figlio della paziente, che assieme al resto della famiglia cerca di tenere il cellulare quanto più possibile libero da altre telefonate in attesa di notizie dalla madre. Perché nella sala del padiglione dove la donna è stata trasferita martedì 27 ottobre in seguito all’esito positivo del tampone non c’è linea telefonica e comunicare con l’esterno è un’impresa quasi impossibile.

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Un campo da guerra, per dirla con le parole di Stefano, che la signora, unica donna della stanza, condivide con 11 uomini in condizioni gravi e meno gravi, senza un separé a dividere un paziente dall’altro, e con un unico bagno a disposizione. A metterci il carico è poi la completa assenza di contatto con la vita fuori dalla struttura, che ha spinto Stefano a lasciare in consegna ad alcuni infermieri un mini- router per consentire alla signora di collegarsi a internet e poter dare sue notizie attraverso una videochiamata.

«Mia madre si è ricoverata al Cardarelli agli inizi di ottobre per accertamenti di altro tipo all'esofago  - racconta Stefano - Durante la degenza le hanno diagnostico una malattia, l'acalasia, operabile solo a Padova. A quel punto aspettavamo che venisse dimessa per poterla accompagnare, ma purtroppo si è creata un' ulcera e una piccola emorragia l’ha trattenuta in ospedale». I familiari non hanno ancora chiara la dinamica del contagio e ipotizzano che il contatto con il Sars- Cov2 possa essere avvenuto quando «l'hanno portata in reparto d'urgenza e poi l'hanno ritrasferita al reparto normale».

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Stefano inoltre denuncia che lo stanzone dove è in isolamento la donna, positiva e asintomica, ha un solo bagno e si dice preoccupato perché «mia madre è già in una situazione delicata e si alimenta con una sacca, non vorrei che queste condizioni igieniche possano arrecargli più danni che benefici». L’isolamento totale non aiuta a placare lo stato di apprensione in cui è piombata l’intera famiglia. «non riusciamo a metterci in contatto con lei perché non ci sono finestre e non c'è campo – ribadisce Stefano -  Mia madre riesce a stento qualche volta ad avvicinarsi alla porta d'ingresso e inviarci un messaggio».

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La famiglia non punta il dito contro il personale medico, piuttosto lo fa contro un’organizzazione strutturale precaria. «Tenere persone ammassate e stipate in una stanza è peggio di una situazione da campo militare – insiste il figlio della donna -   A questo punto non capisco perché non si possano veramente trasferire i pazienti in strutture dell'esercito». Un encomio ai camici bianchi del Cardarelli arriva infatti dalla stessa madre, che in un raro momento di connessione al web non ha perso occasione per elogiare il lavoro del personale sanitario: «I giovani medici e infermieri, sono infaticabili e gentili e si fanno in quattro - ha scritto su Facebook - Spesso sotto occhiali, tute, visiere e maschere la fatica è palpabile. Qualcuno riesce a sorriderti con gli occhi. La meglio gioventù».

Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 10:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA