Napoli, la storia di Gaia, 17 anni: «Con la Dad le mie giornate tutte uguali dal 9 marzo 2020»

Lunedì 5 Aprile 2021 di Giuliana Covella
Napoli, la storia di Gaia, 17 anni: «Con la Dad le mie giornate tutte uguali dal 9 marzo 2020»

«Ecco la fine delle mie giornate e l’inizio delle mie notti bianche, tutte uguali dal 9 marzo 2020». Così scrive Gaia Romano, 17 anni, iscritta al terzo anno del liceo classico al Vittorio Emanuele di Napoli. Parole che raccolgono i pensieri, gli stati d’animo, le angosce e le paure, ma anche le speranze di tanti ragazzi che da oltre un anno si sono visti stravolgere l’esistenza da una contingenza che non hanno deciso loro.

Nè Gaia, né i suoi compagni, né i loro coetanei sparsi in tutto il mondo. In un tema la 17enne ha descritto la vita quotidiana di tanti adolescenti privati di tutto in oltre 12 mesi di pandemia. Uno scritto in cui - a pochi giorni dal ritorno sui banchi per gli alunni della primaria - la liceale racconta invece nel dettaglio la sua realtà quotidiana, che è quella di tanti studenti delle superiori, con un linguaggio originale e ricco di emozioni, dove riesce a far “sentire” agli altri ciò che prova un’intera generazione. Una generazione che tuttavia ha ancora voglia di sperare e svegliarsi un giorno, pensando che tutto questo sia stato solo un brutto sogno.

«Scrivete alcune vostre riflessioni sull’esperienza cosiddetta DAD dell’anno scorso e di quest’anno. Come l’avete vissuta?». Questa la traccia che l’insegnante d’italiano ha assegnato a Gaia e ai suoi compagni in un momento particolarmente difficile per gli adolescenti. Questi ultimi sono infatti tra quelli che da mercoledì 6 aprile non rientreranno in classe, come i bambini della primaria, ma continueranno a svolgere le lezioni da remoto. Ossia attraverso la didattica a distanza, modalità che ha cambiato nel corso di un anno le abitudini dei ragazzi.

A partire dal risveglio, come Gaia spiega nelle prime righe del suo tema: «Il caffè prima di scuola con gli amici si è trasformato nel caffè ormai freddo da ore sulla scrivania, lasciato da mia madre quando è andata a lavoro, da bere rigorosamente da sola, spettinata e malinconica». E dopo la colazione, il “rituale” ormai stanco e ripetitivo come il loop del computer delle lezioni attraverso un freddo monitor: «Davanti a me uno schermo continuamente intento a caricare qualche aggiornamento», ciò che ha annullato il contatto umano tra gli studenti.

«Mi giro - continua Gaia - ma alle mie spalle non c’è più Francesca che mi allunga la mano per accarezzarmi i capelli ricci. Non c’è Nicola che mi bisbiglia all’orecchio qualche commento sarcastico sul lungo monologo dell’insegnante, c’è solo il mio armadio color avorio». Poi quasi come un automa: «Mi rimetto davanti allo schermo, prendo atto della situazione e mi appresto ad attivare il microfono per dire quel “presente” quanto più allegro possibile. Non sono affatto allegra».

A mancare è stata soprattutto quella quotidianità fatta di esperienze positive e negative, finanche un brutto voto: «Quando c’era del bello anche nell’andare male a un compito, subito dopo ci sarebbe stato sicuramente l’abbraccio dolce di Giulietta, il prendere in giro Nicola per la sua ansia inutile... “tanto lo sappiamo che hai preso 11, stai zitto, ja”». Mentre ora la realtà è un’altra: «L’andare male adesso significa rimanere sola, in quel cubicolo vuoto. Mi siedo in un angolo, vicino al vetro della finestra. Lacrime amare scendono sulle mie guance accese, stringo al petto le ginocchia... mi abbraccio da sola».

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Fino a quando cala la sera e i pensieri si accavallano: «Tutto si mischia e mi ritrovo a pensare ai lunghi giri in macchina insieme a Genny per arrivare al mare nel momento in cui tramonta il sole, “Vorrei” di Guccini che fa da colonna sonora a questi momenti da film romantico». «Resto impigliata in questa ragnatela di momenti tanto belli quanto lontani», rimarca Gaia. Poi arriva la notte e con essa quei «mostri che dormono al mio fianco e mi soffocano con le spine delle mie lenzuola. Ecco la fine delle mie giornate e l’inizio delle mie notti bianche - conclude - tutte uguali dal 9 marzo 2020».

ECCO IL TESTO DEL TEMA:

“Domani mattina caffè a Dante prima di entrare?”

“Dai, ti accompagno io a casa”

“Dopo scuola un bel panino da Puock?”

“Non vedo l’ora che arrivi l’intervallo, così finalmente lo vedrò”

“Uff, quando arriva sto 2021?”

“Mi fanno male gli occhi...”

“Non riesco a concentrarmi”

“Metto la sveglia alle 8.27, tanto la lezione inizia alle 8.30” 

“Non mi va il microfono”

“Si vede tutto a scatti”

Il caffè prima di scuola con gli amici si è trasformato nel caffè ormai freddo da ore sulla scrivania, lasciato da mia madre quando è andata a lavoro, da bere rigorosamente da sola, spettinata e malinconica. 

Davanti a me uno schermo continuamente intento a caricare qualche aggiornamento. Mi giro, ma alle mie spalle non c’è più Francesca che mi allunga la mano per accarezzarmi i capelli ricci. Non c’è Nicola che mi bisbiglia all’orecchio qualche commento sarcastico sul lungo monologo dell’insegnante, c’è solo il mio armadio color avorio. Mi rimetto davanti allo schermo, prendo atto della situazione e mi appresto ad attivare il microfono per dire quel “presente” quanto più allegro possibile. Non sono affatto allegra.

Alla mia sinistra immagino i capelli lisci e perfetti di Majra in contrasto con quelli a sinistra ricci e arruffati di Giulietta, che da sotto al banco mi tiene furtivamente la mano.

La realtà però è deludente. 

Mi guardo intorno e vedo solo i resti della sera prima, letto sfatto a destra e sedia di Van Gogh alla mia sinistra. Fisso per qualche secondo la notte stellata impressa sulla sedia, ripenso a quella notte stellata a casa di Giulietta con Alessia stesa sulle mie gambe e le mie mani intrecciate nei suoi capelli color carbone. La voce della prof mi strappa da quel ricordo e cerco di concentrarmi. Prendo appunti. Bevo un po’ d’acqua. 

“Arrivederci prof, buona giornata”

“Anche a voi ragazzi, buona lezione”

Quel tacito sguardo di compassione, sappiamo bene che a nessuna delle due la giornata proseguirà poi così bene. 

Inizio a ripetere, ho l’ansia per la lezione successiva. Se fossi stata a scuola probabilmente mi sarei dovuta sorbire qualche inutile discorso motivazionale da Majra, lei che mi prende per le spalle e mi dice che so tutto, cerca di tranquillizzarmi. Adesso anche lei è dietro uno schermo, mi dice che ce la farò, ma non ne sono poi così convinta. 

La vorrei al mio fianco, vorrei tutti loro al mio fianco. Quando suggerire era difficilissimo, ma quanto ci divertivamo! 

Quando c’era del bello anche nell’andare male ad un compito, subito dopo ci sarebbe stato sicuramente l’abbraccio dolce di Giulietta, il prendere in giro Nicola per la sua ansia inutile... “tanto lo sappiamo che hai preso 11, stai zitto, ja”. 

L’andare male adesso significa rimanere sola, in quel cubicolo vuoto. 

Mi siedo in un angolo, vicino al vetro della finestra. Lacrime amare scendono sulle mie guance accese, stringo al petto le ginocchia... mi abbraccio da sola. 

Mi arriva un messaggio: “GAIAAAA, ENTRA MUOVITI: STA FACENDO L’APPELLO” 

Mi alzo di scatto, asciugo le lacrime e mi preparo a quel secondo “presente”. 

Sono presente davanti al computer, meccanicamente scrivo appunti, ma la mia testa è ancora tra le braccia di Giulia. 

Altre due ore in questo noioso loop. 

Sono 12.10, chiudo il laptop e mi appresto a mangiare un boccone. Guardo le notizie.

“Casi in aumento”

“Arrivo di una nuova variante” 

Mi estraneo e ripenso a quando la mia casa era popolata dai miei amici... “pischelli”. Il cane che cerca freneticamente di addentare il nostro cibo e assale il tagliere di prosciutto.

Dopo l’intero pomeriggio passato tra schermi vari, PowerPoint come ossigeno e attività asincrone a scandire il nostro tempo arriva la sera. Non ho tanta fame, ma sono felice che la casa riprenda vita. Le luci calde della cucina si accendono e aprendo la porta mi invade le narici l’odore della cena. 

 

21:45

Finalmente posso dedicarmi un po’ a loro, i personaggi di questi ricordi. 

“Hai mangiato?” Ci domandiamo io e Franci ogni sera, mi racconta la sua giornata. 

Squilla il cellulare, “videochiamata in entrata”.

La voce calda di Genni mi consola e mi solleva dalla giornata, anche se mi bruciano gli occhi non smetto di fissare lo schermo. Il suo viso dolce, il suo sguardo che se pur lontano riesce a calmare ogni mia preoccupazione. Forse per la prima volta nella giornata riesco a ridere di gusto, non penso a nulla che non sia il suo sorriso. 

La sua presenza allieta questa noiosa routine, rimanda tutti i miei problemi e mi fa finalmente svuotare la mente dagli angoscianti demoni che la popolano. 

02.20 mi metto a letto.

Non riesco a dormire.

Si mischiano i ricordi con le lacrime amare, sul mio cuscino rosa spina scendono come acido rigandomi le guance accese, delicato ossimoro dei miei occhi spenti.

Disturbata mi rigiro tra le lenzuola di ghiaccio, mentre dalle cuffiette mi sembra di sentire le nostre spensierate voci stridule che intrecciate intonano canzoni. Nicola che stona e Alessia che usa qualsiasi oggetto come se fosse un microfono. Franci agita i fianchi a ritmo e ride spensierata.

Tutto si mischia e mi ritrovo a pensare ai lunghi giri in macchina insieme a Genni per arrivare al mare nel momento in cui tramonta il sole, “Vorrei” di Guccini che fa da colonna sonora a questi momenti da film romantico. 

Resto impigliata in questa ragnatela di momenti tanto belli quanto lontani. 

Un’altra notte lunga e insonne si fa strada nella sfolgorante tenebra della mia stanza. Genni si è addormentato. Sono di nuovo sola: l’ansia è tornata.

Mostri dormono al mio fianco e mi soffocano con le spine delle mie lenzuola. Mi accarezzano il volto con dita accomodanti e si sistemano tra questi aculei insieme a me, respirano la mia aria e me ne privano, si accomodano sul mio petto. 

Mi cingono. Stringono con veemenza stomaco e gola fino a farmi vomitare inchiostro nero denso di pungenti memorie. 

Ecco la fine delle mie giornate e l’inizio delle mie notti bianche, tutte uguali dal 9 marzo 2020. 

Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 09:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA