«Giosuè a Venezia non può essersi ucciso», riparte l'inchiesta sul marittimo napoletano morto in Laguna

Sabato 21 Settembre 2019 di Ciriaco M. Viggiano
«Gesù, proteggi me e la mia famiglia, allevia le sofferenze di anziani e malati. Queste sono parole di Giosi. Come si sarebbe mai potuto suicidare un ragazzo animato da tanta fede?» Giuseppina trattiene a stento le lacrime mentre legge le preghiere scritte dal figlio Giosuè Sorrentino, morto a bordo della petroliera Bianca Amoretti il 24 aprile 2016 mentre era in rada a Malamocco, di fronte a Venezia.
 
Il vestito nero, il modo in cui accarezza quel foglio di carta prima di piegarlo e nasconderlo sotto il centrotavola ricamato rivelano quanto quella tragedia abbia scosso Giuseppina che dalla sua casa di Sant'Agnello chiede verità e giustizia. Forse le otterrà adesso che il gip del Tribunale di Venezia ha riaperto il caso, originariamente archiviato come suicidio, concedendo alla Procura tre mesi di tempo per i necessari approfondimenti. Determinanti le relazioni stilate dai consulenti della famiglia di Giosuè. Pagine e pagine dalle quali emerge chiara una tesi: il 35enne terzo ufficiale di macchine non si suicidò, come sostenuto dal pm Stefano Ancillotto, ma fu sgozzato e poi trascinato da almeno due persone nei pressi di una fresa con l'evidente obiettivo depistare le indagini. A suggerire questa diversa ricostruzione dei fatti alla famiglia Sorrentino, assistita dagli avvocati Antonio Cirillo e Angela Luigia Ruggiero, sono alcuni elementi che non sarebbero stati sufficientemente approfonditi. Nel corso dell'autopsia alla quale la salma di Giosi fu sottoposta, per esempio, non sarebbero stati adeguatamente considerati l'altezza del marittimo, la sua posizione e i lividi su volto e braccia. Senza dimenticare la cicca di sigaretta trovata accanto al cadavere di Giosi, notoriamente non fumatore, e il dna dei membri dell'equipaggio, mai prelevato. Infine, l'eccessivo peso dato alla presunta depressione che avrebbe spinto il 35enne a togliersi la vita. Ecco perché mamma Giuseppina non si dà pace: «Giosi era brioso. Stava racimolando il denaro per ristrutturare casa, progettava viaggi e gite in barca con gli amici. Al telefono, una sera, mi disse che al rientro avrebbe trovato moglie e mi avrebbe reso nonna. Quella del suicidio è una menzogna utile solo a coprire la verità sulla morte di mio figlio».

Anche la dinamica del presunto suicidio lascia perplessa mamma Giuseppina: «Giosi presentava un taglio da una parte all'altra del collo che arrivava quasi fin dietro la nuca: come fa una persona a uccidersi in quel modo? Prima di scendere nei locali dove è stato trovato, inoltre, avvisò gli altri membri dell'equipaggio: chi intende togliersi la vita non lo annuncia». Oltre che come uomo abituato a fare progetti, Giosi era conosciuto come persona dal cuore enorme. Faceva visita agli anziani nell'ospizio, acquistava continuamente calzini per aiutare i venditori ambulanti, trascinava gli amici a messa. Mai una parola fuori posto. Anzi, nel corso della sua ultima telefonata al padre, la sera prima di morire, il 35enne comunicò serenamente di essere di guardia e che avrebbe richiamato il giorno dopo. Prima ancora aveva chiesto al fratello Nicola di andare a ritirare le statuine per il presepe - sua grande passione - che aveva commissionato a un artigiano. Alla madre e a un amico aveva espresso la necessità di una ricarica telefonica. E allora, chiede Giuseppina: « Che cosa vide mio figlio prima di morire? Chi poteva essere in disaccordo con lui? Chi sa, parli, la mano che fatto del male a mio figlio non troverà pace». © RIPRODUZIONE RISERVATA