Luigi Caiafa ucciso a Napoli, il gip archivia: «Il poliziotto sparò al baby rapinatore per difesa»

Lunedì 1 Novembre 2021 di Leandro Del Gaudio
Luigi Caiafa ucciso a Napoli, il gip archivia: «Il poliziotto sparò al baby rapinatore per difesa»

Ha agito con professionalità e perizia, in evidente presenza di condizioni reali di pericolo. È intervenuto per scongiurare una minaccia ai danni di alcuni cittadini ed è stato costretto a difendere se stesso dal pericolo reale (non ipotetico) rappresentato da un’arma puntata contro: da un braccio teso nella notte, da una pistola senza tappetto rosso. Sono questi i motivi che hanno spinto il giudice Claudio Marcopido a chiudere in modo (quasi) definitivo il caso della morte di Luigi Caiafa, il minore ucciso mentre effettuava una rapina a mano armata in via Duomo. Notte di sangue e paura, ottobre del 2020, quando il 17enne - assieme al complice Ciro De Tommaso (figlio dell’ex capo dei Mastiffs Gennaro detto la carogna) diedero seguito a una rapina, ai danni di alcuni ragazzi che si attardavano in un’auto in sosta a bordo della strada. Una vicenda drammaticamente nota, scandita dall’intervento di una pattuglia di poliziotti, dalla reazione di De Tommaso che alza il braccio puntando una pistola a salve (ma priva di tappo rosso) contro gli agenti e dalle urla di Luigi Caiafa («spara, spara, le guardie...»), fino ai tre colpi esplosi in rapida successione da uno degli agenti intervenuti. 

A distanza di un anno dalla morte di Caiafa, si registra ora un punto fermo, che porta la firma del gip Marcopido, che ha deciso di accogliere l’archiviazione sostenuta dai pm Basso e Sincero. Un provvedimento che scagiona il poliziotto ed elimina ogni dubbio a proposito della coerenza del suo comportamento e del rispetto del codice penale e deontologico. In sintesi, chiarisce oggi il giudice, «non è stata una esecuzione». Ha esploso tre colpi, l’ultimo dei quali ha raggiunto Caiafa all’altezza del collo, quando il ragazzo stava cadendo al suolo dopo l’abbrivio della fuga. Questione di secondi.

 

Spiega oggi il giudice: «Anche il professionista più addestrato deve decidere la sua (re)azione in decimi di secondo e in altrettanto tempo porla in essere. Una condotta di soccorso difensivo in favore di un privato cittadino, poi trasformatasi in legittima difesa. Dunque, non fu una esecuzione. Anzi, ha agito con professionalità e perizia in evidente presenza di condizioni reali delle discriminanti dell’uso delle armi». Diversa la posizione della famiglia di Luigi Caiafa, rappresentata nel corso del procedimento dal penalista napoletano Giuseppe De Gregorio, che chiede la riapertura del caso, anche alla luce di un video che offrirebbe una ricostruzione alternativa rispetto a quella della legittima difesa. Un video che qualcuno avrebbe provato a vendere all’ex direttore di Fanpage, salvo poi sparire nel nulla senza chiudere l’affare. 

Video

Un processo chiuso (al netto di un’istanza formalizzata dinanzi al giudice monocratico per una riapertura del caso) che ha alimentato non poco malessere in seno al retroterra di conoscenze di Caiafa. Non è un caso infatti che nelle stesse ore in cui si è diffusa la notizia della decisione del gip (che ha rigettato l’opposizione della famiglia del babyrapinatore ucciso), qualcuno ha letteralmente tappezzato le mura del centro storico di graffiti fin troppo eloquenti. Ricordate quanto è stato sistematicamente segnalato in questi giorni sul Mattino? A più riprese, sono riapparsi sfregi sulla parete di vico Sedil Capuano, dove mesi fa è stato rimosso il murale del volto del ragazzino morto un anno fa. Poi c’è stato chi ha imbrattato altri edifici storici, sempre all’insegna di quello slogan “Luigi Caiafa vive”, che rischia di diventare un simbolo di ribellione. Una vicenda amara, come sempre accade quando c’è la morte di un ragazzino, che resta terreno di scontro, rimbalzando da un’aula di giustizia ai vicoli a ridosso del decumano.  

Ultimo aggiornamento: 3 Novembre, 07:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA