Napoli, madre di 3 figli morta un anno fa per emorragia cerebrale: «Verità per Emanuela»

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Giuliana Covella

Occhi verdi, lunghi capelli rossi e un sorriso dolce che ancora ha impresso nella mente chi l’ha amata, la sua famiglia. Nelle foto che la ritraggono Emanuela appare felice. Soprattutto quando è abbracciata ai suoi bambini. Nulla farebbe immaginare che oggi non c’è più. Aveva 34 anni, quando è morta il 16 marzo 2019. Era arrivata al pronto soccorso del Cardarelli due mesi prima, il 14 gennaio, per un’emorragia cerebrale. Qualche giorno prima di Natale la donna aveva manifestato diversi sintomi, tra cui forti emicranie e dolori alla schiena. Il 6 gennaio era andata al Cto, dove i medici l’avevano sottoposta a una tac e le avevano diagnosticato una cefalea acuta. Ma i malesseri di Emanuela non svaniscono. E a metà gennaio arriva al Cardarelli, accompagnata dal  fidanzato, da cui nel 2015 aveva avuto il terzo dei suoi tre figli. «Quando arrivò in ospedale Emanuela fu visitata e i medici le chiesero se avesse avuto qualche trauma - spiega la sorella Giovanna M. - poi entrò in coma e andò in terapia intensiva». Solo il 23 gennaio la donna sarà trasferita in reparto, «ma bisognava evitare che portasse le mani alla testa - rimarcano i familiari - il suo cranio era danneggiato e tutti da allora ci siamo chiesti a cosa fosse dovuta quella emorragia, se potesse essere dipesa cioè da un fatto traumatico». Interrogativi che oggi sono tornati alla ribalta, a pochi giorni dalla riapertura del caso, che era stato archiviato.

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«Noi vogliamo solo verità e giustizia» incalzano i familiari della donna, che ancora oggi non conoscono le cause della morte di Emanuela. Fa riflettere intanto un disegno realizzato dal figlioletto minore, che oggi ha 4 anni e vive con la nonna materna, che ne è la tutrice. Un disegno nel quale il bimbo ritrae la madre con delle strisce rosse intorno al capo, un solo occhio e la testa spaccata. Dettagli che sono al vaglio degli esperti che stanno seguendo il minore, tra cui la vittimologa Cristiana Barone, che spiega: «Ho esaminato il disegno del bambino che rappresentava la madre che lui chiamava “mostro”, per determinare se l’avesse vista con la testa fracassata. Dopo aver somministrato a distanza il test con l’ausilio di uno staff di consulenti psicologi, abbiamo appurato che il bimbo aveva disegnato la madre come la ricordava. Cioè con un occhio chiuso e la testa schiacciata. Da quel momento i familiari si sono attivati per un supporto al bimbo, che a tutt’oggi è seguito da noi».

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