Napoli, stupro di gruppo sugli scogli di Marechiaro: reato cancellato per due minorenni

Sabato 19 Ottobre 2019 di Leandro Del Gaudio
Si può cancellare uno stupro di gruppo? Si può rimuovere una ferita tanto profonda, come se non fosse mai accaduta? Stando al verdetto dei giudici del Tribunale dei minori - in perfetta sintonia con la legge e con la giurisprudenza corrente -, la violenza sessuale subita da una ragazza minorenne è un reato che si può estinguere. Si può cancellare per sempre, eliminandolo anche dagli archivi dei carichi pendenti di due dei tre imputati, tanto da restituire agli autori dello stupro uno status penale immacolato.
 
È questa la sentenza firmata pochi giorni fa dal Tribunale dei Colli Aminei in favore di due dei tre imputati che hanno condotto a termine la cosiddetta «messa alla prova», un istituto che consente di cancellare ogni traccia del reato commesso (che viene estinto, appunto) in cambio di una sorta di buona condotta rigorosamente a piede libero. Ed è così che è bastato un anno e mezzo di prova - volontariato e lavoro per tre giorni a settimana - per chiudere i conti con una delle pagine più brutte consegnate dalla cronaca napoletana.

È il caso dello stupro di Posillipo, quello consumato a giugno del 2017 sugli scoglioni di Marechiaro, quando una ragazza fu sequestrata e violentata da almeno tre diciassettenni. E le cose non finirono in quel pomeriggio al mare. Pochi giorni dopo, seguirono anche le intimidazioni da parte di uno degli stupratori, che contattò la ragazza via facebook, minacciandola di morte, qualora avesse denunciato la violenza subita. Ricordate la storia della giovane detective? Si era messa alla ricerca dei nomi dei violentatori, facendo leva sulla rete di amicizie social, fino a quando aveva finito con l’allertare uno dei tre. E immediata fu la contromossa: se non la smetti - disse uno dei tre - incendio la casa nella quale vivi, ti vengo ad ammazzare di notte. Minacce, intimidazioni che non hanno impedito però alla giovane eroina di questa vicenda di andare fino in fondo. Che non le hanno impedito di rivolgersi alle forze dell’ordine, ottenendo gli arresti e l’apertura di un processo a carico degli aggressori.

Giustizia esemplare? Un caso chiuso? Non proprio, a voler interpretare le ragioni della parte offesa. In sintesi, due dei tre ragazzi hanno ottenuto un’assoluzione piena, «il non luogo a procedere per essere i reati estinti di fronte all’esito positivo della prova». Solo per uno dei tre, invece, che non aveva rispettato gli obblighi della messa alla prova, il processo è finito con una condanna a tre anni e quattro mesi (anche se per lui il magistrato di sorveglianza ha accordato comunque il permesso di recarsi al lavoro, in condizione di detenzione domiciliare). Ma torniamo al caso del reato estinto. Nulla di contrario alla legge, bene ribadirlo. Si tratta di un provvedimento perfettamente in linea con altri dispositivi, che accoglie per altro il parere positivo della Procura dei minori. Scrivono i giudici Paola Brunese, Aldo Alberti e Lucia Pezzuti, a proposito dei due imputati (oggi maggiorenni) assolti dopo aver confessato lo stupro e dopo aver ottenuto la messa alla prova: «L’imputato ha terminato positivamente il tirocinio formativo come aiuto chef; ha inoltre partecipato con interesse ed entusiasmo all’attività di volontariato presso la mensa del Carmine; si è impegnato con profitto nell’esperienza presso il centro polifunzionale di Nisida nel progetto Libera contro le mafie».

E ce n’è anche per il secondo imputato, quello che - oltre a stuprare la ragazza - l’aveva anche minacciata via facebook, costringendo un intero nucleo familiare a cambiare città: «Ha lavorato alacremente presso un supermercato come scaffalista ed addetto alle consegne ed ha effettuato regolarmente il volontariato presso la mensa dei poveri». Insomma, tra attività di aiuto chef, qualche ora alla mensa e qualche convegno di Libera, i due giovanotti sono come rinati. Diciotto mesi di impegni (almeno tre volte alla settimana) e si sono riscattati. Scrivono ancora i giudici: «Tenuto conto della consapevolezza acquisita circa il percorso effettuato, del perdurante impegno ad allontanarsi da scelte devianti e dalla fattiva collaborazione con gli operatori di riferimento, quale risultanti dalle relazioni dei servizi sociali incaricati del caso, si può senz’altro ritenere che la prova abbia avuto esito positivo per entrambi gli imputati». 

Soddisfazione da parte del penalista Matteo De Luca, che sin dalle prime fasi successive agli arresti, ha creduto nella possibilità di riabilitazione dei propri assistiti. Una vicenda che fa il paio con quanto emerso lo scorso settembre, sempre nel corso di un processo a carico di tre minori, quelli che hanno ucciso a sangue freddo (e senza un motivo) il vigilante Franco Della Corte, all’esterno della metro di Chiaiano. Anche in questa vicenda, ha sollevato scalpore la storia dei permessi concessi a uno dei tre, che ha avuto la possibilità di partecipare a un provino calcistico e di festeggiare il proprio diciottesimo compleanno (con tanto di foto di gruppo via Instagram). Permessi, licenze, opportunità garantite dai giudici anche a chi consuma reati orribili ma è ancora minorenne, spesso a distanza di soli pochi mesi di detenzione. Ed è in questo scenario che qualcuno prima o poi dovrà spiegare alla vittima di uno stupro che, per la legge italiana, la sua violenza è come se non fosse mai avvenuta. E la sua ricerca di giustizia è oggi estinta come i reati consumati dai suoi aggressori. Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 07:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA