Napoli, tenta di uccidere il rivale in amore: la confessione del 17enne Cristian

Mercoledì 3 Novembre 2021 di Leandro Del Gaudio
Napoli, tenta di uccidere il rivale in amore: la confessione del 17enne Cristian

Avevo il coltello nascosto nella manica del pullover, perché in fondo immaginava che quell'incontro era tutt'altro che un chiarimento. Aveva chiesto a un amico fidato di farsi accompagnare lì in via Marina, all'esterno di un bar accorsato che fa da spartiacque nel traffico cittadino e - di notte - mette insieme un po' tutto ciò che ronza in città. Ha fatto appena in tempo a incrociare lo sguardo dell'altro quando ha sentito un rumore metallico. Giovane e scafato non ha abboccato, sapeva che nella notte napoletana - quella delle periferie e delle «tarantelle» infinite - dall'altra parte si fa presto ad impugnare il cosiddetto ferro. Ha visto l'arma, ha visto la pistola e ha agito d'istinto: ha preso il coltello che aveva nella manica e non si è perso d'animo. Lo ho infilato all'altezza della pancia del suo avversario, perforandogli il fegato, esattamente nello stesso momento in cui quell'altro gli stava spaccando lo zigomo con il manico della pistola, (fortunatamente) usata a mo' di martello. Il resto è storia di sempre: il sangue che esce dalla pancia del ventenne che aveva di fronte, le urla della gente attorno, la pistola di quello che cade a terra e un'idea che balza nella testa del ragazzino dal coltello macchiato di rosso. Cosa fa il giovane accoltellatore con il pugnale sporco di sangue stretto in pugno? Decide di rubare lo scooter del suo avversario che, ne frattempo, sembra morire senza più voce, lì a terra, riverso in una pozza di sangue. 

Eccola la notte di Cristian: minorenne, indagato per tentato omicidio (perché, per la fortuna di tutti e dello stesso Cristian) non è morto, grazie alla bravura dei medici dell'Ospedale del mare. Scappa in sella allo scooter rubato, fugge a Ponticelli, si disfa del coltello e dello stesso scooter, chiede un passaggio per raggiungere in qualche parte dell'area orientale la sorella o un amico in grado di proteggerlo.

Ma la notte di Cristian non è finita: tra messaggini d'amore alla ragazza con cui aspirava ad avere una storia, la vendetta di quelli legati al gruppo di coetanei del giovane ferito alla pancia, la decisione del clan a cui la vittima del ferimento era legato di andare a sparare sotto casa del ragazzino. E le manette, le sospirate manette, che salvano la vita di Cristian, esattamente nelle stesse ore in cui - sempre in quella maledetta notte infinta - un gruppo di affiliati al clan D'Amico (legati presumibilmente al ferito) vanno a sparare contro casa, finestra, balconi e auto della mamma del ragazzino in fuga. C'è tutto ciò nel corso del processo a carico di Cristian, a leggere le indagini del pm Claudia De Luca, esperto magistrato in forza alla Procura guidata da Maria De Luzenberger. 

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Un procedimento giunto alla svolta che conta, dal momento che in questi giorni è prevista l'udienza per la messa alla prova di Cristian, il ragazzino responsabile di un tentato omicidio consumato per motivi personali: niente camorra, né movida violenta, qui sembra che la storia sia legata a un fatto privato, motivi sentimentali. Un anno fa, ottobre del 2020, via Marina, scenario metropolitano di sempre. Alla luce delle carte depositate, spicca la confessione del minore, il movente di quel faccia a faccia a colpi di pistola e coltelli. Una ragazzina contesa, il movente. Cristian e il suo rivale puntavano alla stessa ragazza, problemi di geometrie sentimentali, un fatto di gelosia che si trasforma in ventenne. E sono i messaggi ricavati dal cellulare del minore che svelano lo scenario pulp di un under 18 maledettamente simile a tanti altri: «Ho quasi ucciso qualcuno, tra poco mi arrestano», dice alla sua amica prima di finire in manette. E ancora: «Mi dispiace non averti protetto - risponde l'altra -, ma dovevo pensare un poco a me stessa». Una volta in cella, Cristian ci prova a rigare dritto, tanto da ottenere anche il trasferimento in comunità. Estate 2021, però, un colpo di testa: e la fuga. Scappa un paio di volte, quanto basta ad inasprire il regime di sorveglianza. Torna in cella, ma tra qualche giorno è atteso per l'udienza di messa alla prova. Difeso dal penalista Mariangela Covelli, ci riprova. Scrive una lettera al giudice e si racconta: famiglia difficile, il sogno di aiutare la madre, facendo il pizzaiolo, la gioia della promozione sul campo, quando diventa friggitore in un ristorante, per quel maledetto litigio. Spiega nella lettera: «È stato lo sbaglio della mia vita, chiedo un'altra possibilità». Poche righe al giudice Brunese, scritte a penna, ma meditate in cella. Basterà ad offrire una seconda chance al protagonista della peggiore notte cittadina? 

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