Napoli ora aspetta Patrick Zaki nei luoghi di Elena Ferrante

Giovedì 9 Dicembre 2021 di Antonio Menna
Napoli ora aspetta Patrick Zaki nei luoghi di Elena Ferrante

Dove lo portiamo Patrick Zaki, con quel sorriso dolce, quell’aria indifesa, appena verrà a Napoli? Lo accompagniamo sulle tracce della sua bisnonna Adel, che gli parlava della città che aveva amato? O nei luoghi dei libri della Ferrante che – come lui stesso ha dichiarato uscendo dal penitenziario del Cairo dove ha trascorso 670 giorni - lo hanno aiutato nella lunga detenzione a tenere viva la speranza e anche un po’ il contatto con la lingua italiana? Lo portiamo a mangiare una pizza nel centro storico? O a passeggiare in via Caracciolo? «Io lo voglio portare a vedere il mare di San Giovanni a Teduccio», dice Anna Riccardi, insegnante e presidente della Fondazione Famiglia di Maria. «Davanti al mare della periferia est può respirare la stessa aria, e vedere lo stesso orizzonte, dei nostri ragazzi, scambiare con loro parole di speranza: come si coltiva la prospettiva di libertà e di rinascita? Questo sarebbe un grande tema di scambio e di confronto con un uomo che ha vissuto e sta vivendo una esperienza così grande». 

Ha acceso mille suggestioni in città, la dichiarazione d’amore per Napoli del giovane studente dell’università di Bologna, rientrato nella sua casa di infanzia a Mansoura, in Egitto, dopo la terribile detenzione e in attesa del processo che si aprirà a febbraio. «Noi lo aspettiamo qui a braccia aperte - dice il sindaco, Gaetano Manfredi - per festeggiare la sua liberazione e per fargli conoscere Napoli, una città-mondo da secoli predisposta all’accoglienza e all’inclusione sociale». 

«Sono orgogliosa – aggiunge l’assessore al turismo, Teresa Armato -; orgogliosa e contenta di questo desiderio espresso da Patrick, una persona per la quale per mesi abbiamo trepidato come per un amico caro. Lo accompagneremo con grande piacere alla scoperta delle meraviglie di Napoli». 

«Il Rione Luzzatti, quello dell’Amica geniale, è qui vicino – insiste Anna Riccardi –; è il luogo dove è ambientato il romanzo della Ferrante e da dove arrivano anche molti dei nostri ragazzi della Fondazione. Capisco il rapporto che ha avuto Patrick con il libro, lo vedo anche qui da noi. Non è solo la lettura, che pure apre mondi, abbatte muri, ma proprio l’oggetto. Io credo che ci sia anche un grande valore affettivo nel portarsi dietro un volume, tenerlo tra le mani. È arrivato l’altro giorno in fondazione uno scatolone di libri donati dall’Unione industriali: i ragazzi hanno detto finalmente non sono mascherine. E si sono scelti i loro libri, se li sono tenuti accanto. Le cose tangibili, nei momenti difficili, nei luoghi difficili, hanno una loro forza». 

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Di questa forza, evita di parlare, invece, Sandro Ferri, uno dei fondatori della casa editrice E/O, quella che pubblica le opere di Elena Ferrante. Nessun commento sulla capacità dei libri della scrittrice di arrivare ovunque, fino a un carcere egiziano. «Sono molto felice, siamo tutti molto felici, della scarcerazione di Patrick Zaki – si limita a dire Ferri, fedele al profilo basso e austero che la casa editrice tiene da sempre -. Sul libro della Ferrante, posso solo dire che siamo davvero contenti che gli sia stato di conforto durante la prigionia». 

Di libro in libro, non trattiene la gioia, invece, Valeria Parrella, l’unica scrittrice napoletana che il 30 giugno scorso ha partecipato all’opera collettiva “A carte scoperte”, edito da Bononia University Press, con incasso devoluto ad Amnesty international. Un progetto a cui hanno partecipato 22 autori e autrici (tra loro Siti, Culicchia, Vinci, Maggiani), coordinati dagli studenti del Master in Editoria cartacea e digitale dell’Università di Bologna, lo stesso frequentato da Zaki. 

«È stato un grande sollievo vederlo lì, nella casa di famiglia – dice Parrella, già finalista allo Strega con Almarina -. Io personalmente ho tribolato molto in questi mesi, insieme alla madre. Soprattutto quando arrivavano quelle notizie terribili, quando si sentiva che aveva chiesto un pezzo di sapone, un farmaco. Poi ho avuto un moto di rabbia quando l’ho visto ammanettato. Nel salutare la sua liberazione, mi preme dire due cose: lui ha scritto di una minoranza, scrivere delle minoranze fa paura ai regimi; e poi ci sono altri 60mila prigionieri politici come lui, giovani. Non essendo legati a università europee non li conosciamo. Ma ci stanno. Le sue parole sui libri, poi, sono commoventi. È sempre bello pensare a un detenuto che legge in cella. Un segnale bello, di forza del linguaggio. Su Elena Ferrante, glisso. Non è la mia scrittrice preferita, ecco. Mi sono fermata a pagina 40 dell’Amica geniale. Che arrivi dappertutto a me continua a sorprendere, ma sono comunque contenta che un libro entri in carcere, e svolga una funzione così importante. Non credo ci sia bisogno della Ferrante per far venire voglia alle persone di vedere Napoli, e nemmeno credo che esista una letteratura napoletana. Ma Patrick sarà il benvenuto qui, se ha questo desiderio. Quando verrà, sarà il momento più bello. Avremo tanto da raccontarci. Napoli è una città molto, molto attenta ai diritti civili. E vuole bene ai ragazzi». 

Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 09:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA