Napoli Est nella morsa dei clan, parla l'ex boss del Rione Villa: «Io camorrista già a 13 anni»

Sabato 14 Settembre 2019 di Leandro Del Gaudio
Dice di essere «nato camorrista», un destino simile a tanti ragazzini di San Giovanni a Teduccio. Dice che a 13 anni era già un affiliato al clan familiare, impegnato su più livelli e con ruoli diversi: «A 13 anni - ripete - lavoravo per mio zio Gennaro, occupandomi di tutto, di droga ma anche di azioni da fuoco». Infanzia emarginata a Napoli est, secondo il racconto reso ai pm del pool anticamorra Umberto D’Amico, che da qualche mese ha deciso di collaborare con la giustizia. E di raccontare tutto, a partire dalla sua infanzia nel rione Villa, quello delle stese e degli agguati tra clan, quello - per rimanere sull’attualità - che oggi fa notizia per il colpo di pistola contro il portone d’ingresso della Fondazione famiglia di Maria.
 
Sembra un paradosso: nel quartiere dei baby camorristi, si spara contro chi cerca di offrire una strada diversa ai più giovani e alle loro famiglie. Ma torniamo al verbale reso dal boss pentito Umberto D’Amico. «Sono nato camorrista e oggi chiedo un futuro diverso, non tanto per me, che dovrò pagare per gli errori commessi, ma per mio figlio. Non voglio che faccia la mia stessa fine, che si ritrovi a pochi anni come affiliato della camorra e a 13 anni a commettere azioni di fuoco». Frasi solcate da pagine di omissis, nel corso delle quali è logico pensare che Umberto D’Amico abbia puntato l’indice contro ex affiliati ed ex rivali di camorra. E lo dimostrano le parole legate all’omicidio di Luigi Mignano, altro spartiacque della cronaca cittadina degli ultimi anni, a partire dal clamore suscitato dalle immagini del delitto.

Ricordate? Ancora rione Villa, ancora una storia di infanzia colpita. Parliamo dell’omicidio di Luigi Mignano, ma anche e soprattutto della foto dello zainetto di spider man abbandonato a terra. Era lo zainetto di un bambino di 4 anni, miracolosamente sfuggito all’agguato, nascondendosi dietro il sediolino dell’auto che doveva portarlo a scuola. Scene da incubo, infanzia negata, un raid organizzato proprio da Umberto D’Amico. Proprio lui, che lo scorso maggio è stato arrestato assieme ad altri presunti affiliati, tutti accusati del delitto Mignano e del tentato omicidio del piccolo. Secondo il gip non c’erano dubbi: «I killer, che avevano atteso la vittima sin dalle prime ore del mattino, non potevano non aver visto la sagoma del piccolo entrare in auto. Spararono per uccidere il bambino».

Succede così a Napoli, quando a 13 anni sei già con la pistola in mano o a fare la vedetta, quando diventi camorrista negli anni di un’infanzia inesistente. Ora Umberto D’Amico rivede il suo passato, probabilmente a partire dallo zainetto abbandonato a terra e dalla storia di quel bambino nato in una famiglia rivale - i Rinaldi - contro il quale non ha esitato a sparare. Ha scritto lo scorso agosto il gip D’Auria, nel valutare le prime dichiarazioni del boss pentito: «Umberto D’Amico è entrato a far parte del clan in maniera attiva all’età di 13 anni e si è occupato immediatamente sia di azioni da fuoco che di altre attività illecite dell’organizzazione. Ora l’appartenenza ad una famiglia operante da sempre sul territorio ha fatto sì che D’Amico Umberto sia nato camorrista, non avendo potuto far altro che onorare il suo cognome». Logiche tribali, medievali, mentre tra i caseggiati di rione Villa c’è aria di guerra: i D’Amico (da sempre costola dei Mazzarella) sono messi in un angolo, sotto la pressione della Dda di Napoli (sotto il coordinamento dell’aggiunto Giuseppe Borrelli), ma anche dei rivali del clan Rinaldi (a loro volta collegati ai Contini). E lo dimostra il tam tam via facebook nei primi giorni di luglio, quando si diffonde la notizia che è stato fissato il primo interrogatorio di «’o lione», di Umberto D’Amico. 

Scrivono quelli dei Reale-Rinaldi: «Da leone a pecorella, da leone a gattino»; e ancora: «Questa è la fine che meritate...», con una brutta foto di un delitto di camorra. 

È in questo scenario che a ridosso di ferragosto, la Procura di Gianni Melillo ha ottenuto gli arresti di presunti affiliati ai clan Reale-Rinaldi per fatti di droga (sono difesi, tra gli altri, dai penalisti Davide Della Pietà, Carlo Ercolino, Leopoldo Perone e Antonio Rizzo), con un obiettivo strategico fin troppo chiaro: impedire agguati trasversali, interrompere vendette e intimidazioni. Come è noto, appena è filtrata la notizia del pentimento di Umberto D’Amico, è partita la rappresaglia: spari contro le case della famiglia, finanche una bomba. Intanto, l’ex boss era già in un sito riservato, mentre la famiglia è stata trasferita di notte lontana da rione Villa. E proprio nei primi giorni di collaborazione che D’Amico ha messo sul tappeto una serie di riscontri ritenuti «formidabili»: ha fatto trovare bombe, armi, munizioni (erano nascoste in una casa abitata da una persona anziana, a sua insaputa; e in una officina meccanica), raccontando anni di guerre di camorra. «A partire da quando entrai nel mio clan, che avevo solo 13 anni...». Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 14:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA