Decapitata la paranza dei bambini, lo sfogo del pizzaiolo: «Spremuti come limoni»

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di Leandro Del Gaudio

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Si guardano negli occhi, i soci della pizzeria Di Matteo, e danno sfogo a tutta la frustrazione accumulata in questi anni: «La verità - dice uno dei soci - è che questi per troppi anni ci hanno spremuti come dei limoni. Prima i cento euro alla settimana per le famiglie dei carcerati, poi 5 o 10mila euro per Natale e Pasqua e non è ancora finita». Già, non è finita, come aggiunge un altro socio, che ritorna con la memoria a quanto avvenuto pochi giorni fa: «Vengono nel locale, sono venti di loro, si seggono e prendono panini, pizze, panzarotti, oppure se li fanno mandare a casa». Triste verità quella che emerge dal racconto di alcuni soci della pizzeria Salvatore Di Matteo, che non sanno di essere intercettati dai carabinieri mentre danno vita allo sfogo che dà la stura alle indagini sul racket nel centro storico. Dopo gli spari nella saracinesca della pizzeria Salvatore Di Matteo (siamo nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 febbraio), i soci del ristorante rompono il silenzio, lasciano alle spalle il regime di omertà e paura nel quale hanno vissuto da almeno otto anni, con un crescendo registrato proprio nell'ultimo biennio quando la guerra del racket alle pizzerie ha assunto toni sempre più violenti. Ed è grazie alle loro testimonianze che i carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno eseguito il fermo di Ingenito, Matteo, Napolitano e Sibillo al termine delle indagini condotte dai pm Francesco De Falco e John Henry Woodcock, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli.
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Domenica 10 Marzo 2019, 09:00 - Ultimo aggiornamento: 10-03-2019 22:22
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