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Sorelle sfregiate con l'acido a Napoli, la zia in carcere nega: «Si sono fatte male da sole»

Mercoledì 1 Giugno 2022 di Giuseppe Crimaldi
Sorelle sfregiate con l'acido a Napoli, la zia in carcere nega: «Si sono fatte male da sole»

Ha negato ogni responsabilità sul lancio dell’acido contro le due nipoti. «No, non sono stata io, non avevo io tra le mani la bottiglietta contenente la sostanza che ha ferito le due ragazze. Anzi, la “bottiglietta” in mano ce l’avevano loro», ha ripetuto l’altra sera Francesca, la 20enne fermata dalla Procura con accuse gravissime per il raid al corso Amedeo di Savoia, nella notte tra domenica e lunedì scorsi. Una difesa estrema, disperata, la sua, che però non convince investigatori e inquirenti. Una versione, soprattutto, che sembrerebbe collidere sia con le dichiarazioni fornite dalle due vittime, sia con alcuni elementi di ricostruzione acquisiti grazie ai fotogrammi di alcuni impianti di videosorveglianza stradale presenti sulla scena del crimine. E su questa base è giunta la determinazione del procuratore aggiunto Raffaello Falcone e del sostituto Giulia D’Alessandro, titolare delle indagini, che hanno firmato il decreto di fermo nei confronti dell’indagata, accusata di deturpazione del viso e violenza privata. Era stata lei stessa a presentarsi in Questura, martedì sera, accompagnata dal difensore, il penalista Bernardo Scarfò.

Un lunghissimo interrogatorio, iniziato alle 11,30 e terminato - interrotto solo da una pausa, durante la quale Francesca ha mangiato un panino e bevuto una bibita - poco prima delle otto di sera. Risoluta, senza mai cedere alle emozioni, la 20enne ha ammesso di essersi trovata sul posto in compagnia di una sola amica, di essere anche scesa dallo scooter quando ha visto le nipoti, impugnando però con la mano sinistra solo un casco, e nessun contenitore con l’acido: «Quella bottiglietta ce l’avevano “loro”, e si sono ferite da sole agitando la bottiglietta», ha insistito. «La mia assistita - commenta l’avvocato Scarfò - ha indicato anche il nome dell’amica che era in sua compagnia, insistendo sul fatto che in quel momento non erano presenti terze persone. In alcuni passaggi dell’interrogatorio non riusciva ad esprimere compiutamente in italiano certe frasi, ma su un punto è stata chiara: tra le mani aveva soltanto il casco protettivo per andare in motorino: circostanza che emerge chiaramente anche da alcune riprese di uno dei sistemi di videosorveglianza acquisiti dalla Procura. Ragione per la quale abbiamo chiesto ai pm di svolgere analisi su quel casco». 

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A fare da sfondo a questa brutta storia c’è uno scenario di rancori, rapporti torbidi e forse anche abusi sessuali: un contesto che, inevitabilmente, dovrà essere affrontato dagli inquirenti per fare completa luce sull’incredibile sbocco di violenza maturato notti fa tra le componenti di un nucleo familiare residente alla Sanità. Vecchi rancori familiari, mai sopiti e, a quanto pare, riesplosi a Natale, ma soprattutto poi degenerati in queste ultime settimane sui social: in particolare a causa di un video costellato di offese pubblicato su TikTok, fino a sfociare nell’aggressione con l’acido. Una storia maturata in un contesto familiare definito degradato e promiscuo. Tornando all’inchiesta, matura negli inquirenti che l’assalto messo a segno domenica notte al corso Amedeo di Savoia sia stato un vero e proprio raid, premeditato e preceduto con tanto di pedinamento degli obiettivi. Ma sebbene il quadro accusatorio appaia già abbastanza definito, restano ancora alcuni punti oscuri sui quali bisogna indagare. Il primo è quello degli eventuali complici. Quante persone erano presenti nel momento in cui Francesca ha bloccato il motorino ed è scesa per aggredire le due nipoti? Sin dal primo momento le vittime avrebbero indicato la presenza di più persone. Forse addirittura sei, a bordo di due scooteroni guidati da persone di sesso maschile. È vera questa circostanza? Ed ancora: quali possono essere state le cause scatenanti - a fronte di dissidi e dissapori che duravano da mesi - a scatenare una simile folle violenza? E chi era veramente l’obiettivo della “punizione”, la nipote 17enne o sua sorella 24enne? 

Al termine dell’interrogatorio per la ventenne indagata si sono aperte le porte del carcere di Pozzuoli. Nemmeno mentre le veniva comunicata la decisione dei pm Francesca ha ceduto alle emozioni. Ed anzi, quasi in segno di sfida verso magistrati e poliziotti, ha esclamato: «Adesso fate quello che dovete fare: fate bene le indagini!». 

Ultimo aggiornamento: 2 Giugno, 15:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA