Napoli, la beffa della tassa rifiuti:
zero incassi ma va pagata, è rivolta

Mercoledì 24 Febbraio 2021 di Gennaro Di Biase
Napoli, la beffa della tassa rifiuti: zero incassi ma va pagata, è rivolta

La ribellione della Tari scatenata dal virus. Scade il primo marzo in città la riscossione della tassa sui rifiuti relativa al 2020, ma «due terzi dei commercianti napoletani non pagherà l’imposta, perché non ha soldi in cassa». Ad annunciarlo sono Fipe Campania e Confcommercio Napoli dopo un sondaggio realizzato tra gli associati, tutti gravati dalla crisi economico-pandemica. I fatturati di bar e ristoranti sono inferiori anche dell’«80% rispetto al 2019», e per di più colpiti da nuove restrizioni dopo l’ingresso in zona arancione: da domenica scorsa - e per la terza volta in meno di 12 mesi - tavoli e locali sono off limits per i clienti. Alle imprese in difficoltà sui tributi vanno aggiunti gli hotel e le strutture extralberghiere, bersagliati da crolli di fatturato altrettanto gravi. Insomma, parliamo di una cifra record di mancati incassi per Palazzo San Giacomo: milioni di euro di imposte fantasma che rischiano di avere un effetto domino sui servizi e mandare in panne il sistema di raccolta dei rifiuti, che si regge appunto sugli introiti della Tari.

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L’insolvenza fiscale causa Covid avrà una ricaduta devastante, se si guardano i numeri forniti da Fipe. Sono circa 5mila i pubblici esercizi a Napoli, ciascuno dei quali versa annualmente per la Tari una cifra che varia, logicamente, a seconda della grandezza del locale e supera anche i 25mila euro (per alcuni dei ristoranti più ampi e famosi). La forbice è larga, ma si parte dalla base di 16,9 centesimi a metro quadro per la quota fissa e di 20 euro e 9 centesimi per la quota variabile (che cambia in funzione della quantità di immondizia prodotta).

«Un esercizio di 150 metri quadri versa circa 5500 euro, ma solo un terzo pagherà - dice Massimo Di Porzio, presidente di Fipe Campania - Purtroppo sono pochissimi gli imprenditori che hanno liquidità disponibile, dopo un anno di crolli di fatturato che vanno dal 60 all’80%». Il Comune, con una delibera di dicembre 2020, aveva ridotto del 25% la parte variabile della tassazione e spostato la scadenza della Tari al primo marzo 2021, disponendo il pagamento in un’unica soluzione (dopo i differimenti delle rate concessi per la pandemia).

Il credito di imposta, strumento che lo Stato ha utilizzato in dosi massicce per tamponare le ferite alle imprese, difficilmente aiuterà nel caso della Tari. «Lo sconto fatto dal Comune è di appena il 10% sul totale - prosegue Di Porzio, che è anche titolare di Umberto a Chiaia - La riduzione in percentuale è assai inferiore a quella dei nostri mancati introiti, su cui pesano 5 mesi di chiusura. Chi non paga dovrebbe andare incontro a sanzioni, con un’aggiunta del 30% sull’importo iniziale, ma faremo di tutto per opporci. Pochi resisteranno: chi ha ricevuto i crediti d’imposta potrebbe pagare, ma tra loro ci sono solo i pochi imprenditori che hanno anticipato gli stipendi al personale. I crediti di imposta sugli affitti, invece, nella maggioranza dei casi, sono stati ceduti ai proprietari dei locali. Quanto alle esenzioni fiscali dalla Cosap per il 2020, il Comune ha ricevuto ristori dal Governo. Avevamo chiesto un annullamento della Tari a livello nazionale, ma non ci è stato concesso. Nei piccoli Comuni e in altre città qualcosa si muove: a Torino, per esempio, è in fase di approvazione una delibera che sconta del 70% la quota variabile per bar e ristoranti e del 100% per le discoteche».

Il caos è dietro l’angolo, in una Napoli che negli ultimi anni ha incentrato gli affari sul turismo. Anche i contributi fiscali degli alberghi e di migliaia di b&b - i cui fatturati sono in caduta libera come i flussi di visitatori degli ultimi 12 mesi - contribuivano non poco ad alimentare il sistema di raccolta dei rifiuti. Senza considerare i mancati introiti delle tasse di soggiorno che, com’è noto, erano state reinvestite nella Napoli Servizi, e limitandoci alle sole tariffe della Tari, il quadro non è certo rassicurante: un ristorante produce più rifiuti e «rispetto alle abitazioni paga almeno otto volte la quota fissa e circa 20 volte la quota variabile», spiega Fipe.

Ma questa distribuzione non corrisponde ai reali incassi del 2020, crollati fino all’80%. Per i negozi di vendita al dettaglio le cose non sono affatto diverse. «Il Governo centrale dovrebbe comportarsi con la Tari come fatto con la Cosap - avverte Carla Della Corte, presidente di Confcommercio Napoli - E cioè ristorare i Comuni che possono annullarla. Le attività commerciali non riescono a pagare le tasse in questo momento. Il problema fiscale è enorme: solo un terzo dei negozi di vendita al dettaglio dei 20mila a Napoli riuscirà a pagare la Tari, che costa 11 euro al metro quadrato. Abbiamo chiesto un incontro con l’assessore Galiero per cercare una soluzione».

 

Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 08:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA