Napoli, ucciso dal vicino a Piscinola. La moglie: «Giustizia per Patrizio»

Domenica 24 Gennaio 2021 di Giuliana Covella
Napoli, ucciso dal vicino a Piscinola. La moglie: «Giustizia per Patrizio»

«Non voglio vendetta, ma solo giustizia per la morte di mio marito. Chi ha tolto un padre e un marito esemplare alla sua famiglia non ha avuto la gioia di aver vissuto l’amore come noi». Ha la voce rotta dall’emozione Anna Gaeta, 39 anni, madre di due ragazzi di 15 e 19 anni, ma soprattutto moglie di Patrizio Falcone, il 42enne ucciso da un vicino lo scorso 23 maggio a Piscinola. A margine della prima udienza per il processo a carico di Maurizio Severino, imputato per l’omicidio del marittimo, la vedova - difesa dall’avvocato Virginia De Marco (la prossima udienza si terrà il 2 marzo) - chiede giustizia e verità per un uomo che era «un gran lavoratore» (nell’autopsia si legge “mani callose da lavoro”), sempre disposto ad ogni sacrificio per vedere felici moglie e figli: «amava girare il mondo, da ogni Paese dove andava con la nave mi portava i profumi che più amavo», è il commovente ricordo della consorte.

Oggi, a 8 mesi da quella tragedia, Anna si augura che la magistratura faccia luce su quanto avvenuto quel sabato mattina dello scorso maggio. Una giornata apparentemente tranquilla, in cui Patrizio stava sistemando una piscina sul terrazzo di casa in via Nuova detta la Vigna. Un gesto che mandò su tutte le furie Severino, residente in una palazzina attigua, tanto che arrivò a brandire una lama di 12 centimetri e a colpire dritto al cuore Falcone, provocandone la morte. «Una scena che mio figlio maggiore purtroppo non dimenticherà mai - dice Anna - perché assistette all’omicidio dal nostro balcone e le sue urla mi fecero precipitare in cortile. Quando raggiunsi mio marito mi disse “Anna, vedi che cos’ho”. Aveva un buco nel petto». Nessun segno di colluttazione, né di difesa, stando alle prime indagini. Ciò che farebbe pensare a un omicidio premeditato, ipotesi ovviamente che saranno i giudici a dover accertare o meno.

A seguire Anna, sin dal primo momento, è stata l’assessore ai giovani del Comune Alessandra Clemente, da sempre vicina ai familiari delle vittime della criminalità, che afferma: «Io non faccio altro che restituire ciò che la buona politica e le buone istituzioni hanno fatto con me e mio padre quando era piccola. Come donna, cittadina e oggi istituzione. Ho avuto il coraggio di accettare nella vita il mio dolore, quindi accolgo anche quello degli altri per rompere la solitudine e dare coraggio ad alzare la testa. Le vittime per molto tempo hanno lo sguardo basso per colpa dei ladri di vita. Devono invece guardare verso l’alto e raddoppiare la vita che qualcuno, per un progetto non suo, gli ha tolto», conclude l’assessore.

Intanto la vita di Anna e dei suoi due figli è cambiata in questi mesi. «Non è stato facile ritrovarsi senza papà e senza marito - sottolinea la donna - manca l’essenza della nostra casa. In più, come si suol dire, dopo il danno la beffa: Patrizio, metalmeccanico navale, aveva contratti di 6 mesi, perciò oggi percepiamo una pensione di 115 euro mensili. Siamo in grande affanno, perché io lavoro saltuariamente in hotel come cameriera ai piani, situazione peggiorata col Covid. E mio figlio maggiore mi aiuta come può con qualche lavoretto». Proprio quest’ultimo, testimone oculare dell’omicidio del padre, diplomato odontotecnico col massimo dei voti, fa il volontario della Protezione civile e ha un sogno: diventare carabiniere. «Francesco crede molto nella giustizia e vorrebbe indossare un giorno la divisa dell’Arma - racconta la madre - ecco perché insieme a me si augura che chi ha ucciso il papà sia punito dalla legge, perché alla fine siamo tutti Patrizio».

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