Napoli, la vergogna infinita dei malati curati in barella: ospedali al collasso

Martedì 8 Gennaio 2019 di Maria Pirro
Napoli, la vergogna infinita dei malati curati in barella: ospedali al collasso

I piedi gonfi, le gambe poggiate sulla sedia a causa di una trombosi. «Non ce la faccio più», ripete Vincenzo Coppetta, 84 anni, operaio in pensione dell'Italsider. È un ex lavoratore dell'acciaieria, spiega con orgoglio, il viso contratto dal dolore: supplica medici e infermieri perché gli diano una barella. Non un letto. «Solo una barella». «È qui, al pronto soccorso del Cardarelli, dalle 9 del mattino», interviene il figlio. Ma, otto ore dopo, non resta che aspettare ancora. E quest'anziano non è l'unico a subire pesanti disagi dovuti all'affluenza record negli ospedali cittadini. Sos anche dal Santobono, il polo che accoglie i bambini, posti esauriti in altre quattro strutture, 118 in difficoltà.
 
«La situazione è drammatica» certifica il primario Fiorella Palladino nel dipartimento di emergenza accettazione del più importante ospedale del Sud. Sfiora infatti quota 100 lettighe l'obi, l'osservazione breve intensiva, che dovrebbe ospitarne 36 in totale: la fila di lenzuola e corpi arriva fuori dal reparto. E Antonietta Vitali, 69 anni, non indossa nemmeno il pigiama ma i vestiti rossi dell'Epifania. «Non mi cambio da ieri», spiega quasi rassegnata. Accanto a lei, Vincenzo Pacelli, 72 anni e gli occhiali azzurrini, chiede di segnalare il degrado nei bagni: «La porta è rotta, il lavandino otturato». E, per raggiungere la toilette, si fa slalom tra paraventi e bombole di ossigeno. Sistemata davanti alla porta, Caterina Foglietta, 88 anni ben portati, originaria di via Cilea, da 5 giorni ricoverata in condizioni precarie tramite il 118, chiede aiuto: «Sono sola». Un altro malato, Carmine Russo, 56 anni, racconta di aver conquistato una lettiga grazie a un malore ulteriore: «Per due giorni, sono stato appoggiato su una sedia e non ho chiuso occhio». Sempre in obi, Maria Rosaria Pigati, 78enne con la maschera per l'ossigeno, chiosa: «Gli operatori fanno il possibile e l'impossibile, ma non bastano». Ci sono tre medici per oltre novanta pazienti, cinque nel pronto soccorso. L'attesa per una visita, classificata con un codice verde, nel pomeriggio supera i 90 minuti. E si contano sette codici rossi, ovvero situazioni di estrema gravità, nel pomeriggio: contemporaneamente. Per una consulenza specialistica, i tempi si dilatano ancora. Gioacchino Papiro, 58enne, dice che aspetta da cinque ore il cardiologo. «Io da quattro l'otorino: mi sembra di stare a Baghdad», urla un'anziana dall'altro lato dello stanzone, e aggiunge: «Ho chiamato al telefono un professionista privato pur di risolvere, ma è in ferie fino a giovedì». Salvatore Festa, commerciante 50enne colpito da un improvviso giramento di testa a mezzogiorno, fa la flebo su una sedia.

A soffrire è anche la rete del 118. Giuseppe Galano, presidente regionale di Aaroi-Emac, il sindacato degli anestesisti, nonché responsabile del servizio a Napoli, si rivolge ai cittadini: «Li invito a contattare il numero verde esclusivamente per serie esigenze». È boom di telefonate, invece: oltre 2500 nella giornata di ieri, «con interventi risolti spesso dal medico di bordo a domicilio». Ma, in quattro o cinque momenti, aggiunge Galano, «tutte le ambulanze sono risultate impegnate o bloccate nei presidi per le difficoltà nel recuperare le lettighe». Il problema delle richieste inappropriate, il 64 per cento del totale, è segnalato pure dal Cardarelli: ed è la spia di un'assistenza territoriale inadeguata.

Posti esauriti in quasi tutti i reparti si registrano al Cardarelli, che ha bloccato i ricoveri programmati nelle medicine e nelle chirurgie, e l'altro giorno sistemato i pazienti nelle camere operatorie perché occupati tutti i posti in rianimazione. «Ma anche al Vecchio Pellegrini c'è il pienone», aggiunge Antonio Eliseo, della rsu. E poi, al San Paolo e al Cto e al Loreto Mare: «Da queste strutture ci è stato chiesto di non trasferire più nessun caso urgente», spiega Galano.

I motivi di difficoltà sono diversi come spiega Lello Pavone, componente della rsu della Asl Napoli 1 Centro: «A rendere più pesanti i disagi al San Paolo, ad esempio, è la riduzione arbitraria di otto posti letto nell'area medica, la contrazione delle sedute operatorie che allunga inevitabilmente i tempi di degenza e, sempre a causa della carenza di personale in organico, la mancata apertura della cardiologia». Così all'Ospedale del mare: altri reparti sono previsti e non in funzione. Ma la grande affluenza è dovuta innanzitutto al picco di epidemia influenzale. I malanni stagionali determinano complicanze importanti: ne soffrono gli anziani già debilitati, i malati cronici e, in particolare, i cardiopatici. E i bambini.

Il boom di accessi al Santobono-Pausilipon rischia di mandare in tilt anche i reparti di pediatria e pronto soccorso: lo segnalano i rappresentanti di Cgil Fp, Cisl Fp, Nursing Up, Fials, che accusano: «A tutt'oggi non è stato realizzato alcun intervento organizzativo in merito». Nella nota, i sindacalisti riferiscono che «vi è un'affluenza di pazienti al pronto soccorso che oscilla tra i 300 e 350 al giorno, con tempi di attesa lunghissimi in una sala di attesa fredda, perché sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione inadeguati e inefficienti»; mentre i ricoveri giornalieri sono più di trenta, ma il turn-over dei posti letto non riesce a garantire l'accoglienza per tutti. Inevitabile il ricorso alle barelle. «Per cui le postazioni dotate di gas medicali per i piccoli pazienti non sono sufficienti. E, tra pazienti ricoverati e genitori, a volte nei reparti vi sono circa 70-80 persone, un vero e proprio calderone». E, anche nel polo che accoglie i bambini, il personale è sottostimato e in questi giorni «il carico di lavoro triplicato».

Ultimo aggiornamento: 11:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA