Napoli, Nino D'Angelo: «Non sono io il bersaglio ma via i murales dei clan»

Lunedì 8 Febbraio 2021 di Antonio Menna
Napoli, Nino D'Angelo: «Non sono io il bersaglio ma via i murales dei clan»

«Non ce l'hanno con me, o no? Credo che si tratti di un gesto dimostrativo. Mi dicono che quelle frasi sono comparse su molti muri del quartiere». Nino D'Angelo risponde con attenzione e grande cautela. Il tema è spinoso, e lui vuole dosare le parole. I morti vanno rispettati non cancellati, così hanno graffitato sull'enorme dipinto che raffigura il volto giovane del cantante con il caschetto, a San Pietro a Patierno, proprio nel quartiere dove è cresciuto. Il riferimento è chiaro: sono nel mirino le opere di rimozione degli altarini della malavita. Le edicole votive dedicate ai morti che gravitano nel mondo criminale.


Non volevano colpire lei, certamente. Ma cosa pensa del fenomeno?
«È difficile esprimere un parere, non voglio essere equivocato. La materia è delicata e so che una parola sbagliata può cambiare tutto un senso. Soprattutto io, poi, non sia mai sbaglio a dire qualcosa, già immagino cosa si può scatenare. Ma è una vicenda molto complessa, che va trattata con delicatezza».


Proviamo a ragionarci insieme.
«Per prima cosa, io dico questo: sto con la legge. La legge ha sempre ragione. Se quegli altarini, quei murales, sono vietati, vanno rimossi. Non possiamo tollerare abusi o illegalità. Ma vanno rimossi tutti, però. Perché la legge è uguale per tutti. Non se ne può rimuovere uno e lasciare gli altri. Perché poi si vive la cosa come un attacco personale e come una ingiustizia. Detto questo, però, dobbiamo allargare un poco il discorso».


Allarghiamolo: murales e altarini dedicati a malavitosi sono un simbolo cattivo?
«Magari non sono un simbolo ma solo un ricordo. Quanti altarini esistono sulle strade dove si sono verificati incidenti stradali e sono morte delle persone? Io ne vedo tanti: mazzi di fiori, foto incorniciate. Magari, in alcuni casi, questi sono solo ricordi familiari. La morte di una persona cara non si può capire e a volte il dolore ha anche bisogno di gesti, di riti che aiutano».


Ma la personalità della vittima non conta? Non c'è il rischio di costruire una mitologia del crimine?
«Io non mi lancio in analisi della sociologia, ci sono persone più competenti di me. Se c'è questo rischio è giusto agire. Così come è giusto che chi sbaglia, paghi, e che la legge si imponga sempre. Però i morti sono tutti uguali; un padre e una madre che perdono un figlio hanno un dolore enorme. Io da padre mi metto in quei panni e dico che è gente che soffre. Certo ci sono morti che hanno fatto rapine, che hanno fatto scelte sbagliate, che sono entrate nella criminalità. Guai a indicarli come modelli, sia ben chiaro. Bisogna essere rigorosi su questo. Ma in ogni caso, c'è un dolore».

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Un dolore privato, però, che non deve tradursi in una celebrazione sul suolo pubblico, no?
«Per questo sostengo che si tratta di vicende molto complesse. C'è la legge e va rispettata, questo è certo. Ma con la legge ci sono anche altre cose. Una sono i sentimenti delle persone, le emozioni. La morte è un vero dolore per chi rimane. Penso alle mamme, ai padri. Ci sono ragazzi che sbagliano, è vero. Ma dopo che abbiamo rimosso gli altarini e cancellato i murales abbiamo risolto i problemi? Dovremmo ricordarci che con la legge, c'è anche la giustizia sociale. Esistono i diritti ed esistono i doveri. Lo Stato si ricorda mai di queste persone?».


Che cosa dovrebbero fare le istituzioni?
«Chi sbaglia, paga. Ma così come ci chiediamo perché nascono murales e altarini, dobbiamo farci la stessa domanda sul perché certi ragazzi, in certi quartieri, da giovanissimi, prendono alcune strade. Per evitare certe derive noi ci dobbiamo curare di questi ragazzi. Se un giovane di una periferia prende una cattiva strada è solo colpa sua o non è anche colpa della società? Io ora non conosco la storia di questo ragazzo di San Pietro di cui si parla. Manco da molto da quei territori. Ma qualcosa mi ricordo dei nostri rioni. È colpa della periferia se lì manca tutto? Che alternativa viene offerta ai ragazzi? È colpa tua di dove nasci e cresci?».


Lì, però, è cresciuto anche lei. Umili origini, tanto lavoro ed è arrivato al successo. Esistono strade alternative.
«A volte sì, a volte no. Dipende da tante circostanze. Il mio volto sul muro a San Pietro mi ha commosso, quando è stato dipinto, perché mi ha ricordato la mia storia, i sacrifici. Ma mica significa che chi non riesce è cattivo. Se tu hai tutti gli strumenti economici, sociali, e sbagli, è colpa tua. Ma se non li hai, è sempre colpa tua? Non lo so. A volte ai ragazzi non si lascia veramente scelta. Crescono tra di loro, si condizionano a vicenda, e non sempre vedono un'alternativa. Sa di cosa ci sarebbe bisogno?».


Di cosa?
«Di cultura. Lo dice uno con la terza media. La cultura è basilare. Lasciamo stare il talento, l'istruzione è fondamentale. Se avessi studiato avrei capito meglio e prima tante cose. Io ho dovuto avere a che fare con gente che ha studiato per imparare davvero dalla vita. I miei professori sono stati tutte le persone che ho incontrato e con cui ho parlato. Io nelle periferie metterei cultura, scuola, istruzione. È il lavoro sociale che fa la differenza. Non esageriamo coi simboli. Togliamo gli altarini, va bene. È giusto. La legge ha ragione. Ma poi ci vogliono i fatti. I ragazzi lì sono lasciati soli, chi ce la fa se ne va, chi resta che deve fare? Parliamo sempre delle periferie ma la colpa del degrado è di chi ci abita o di chi dovrebbe fare in modo che la vita fosse migliore per tutti?».

Ultimo aggiornamento: 10:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA