Il boss: «Metti i nomi su Facebook»
Caccia ai volti dei nemici da colpire

Martedì 28 Giugno 2016 di Viviana Lanza
Il boss: «Metti i nomi su Facebook» Caccia ai volti dei nemici da colpire
«Vedi qualche cognome che sai». «Metti il fratello... vedi se ci sta». «Fammi vedere se è lui...». «Vedi le persone che hanno scritto mi piace». Passare di profilo in profilo su Facebook, per i camorristi, non è solo un passatempo e i social diventano una nuova zona di caccia per individuare i nemici da colpire nel mondo reale.

La caccia su Facebook. È così che a febbraio scorso Carlo Lo Russo, il boss di Miano, è intercettato mentre con la moglie Anna e un giovane affiliato trascorre le serate al computer sfogliando le pagine del social network alla ricerca di volti da associare ai nomi finiti nella lista nera di coloro da eliminare. «Questo è quel Francesco?», «Mi pare di sì.... questo è Raffaele... Ultimo... è uno della banda loro», «i Barbudos... guarda qua che c'è scritto: tutti insieme siamo grandi e comandiamo...». Partendo da un cognome che al rione Sanità vuol dire criminalità di ultima generazione, Genidoni, e ci si imbatte nei profili di presunti appartenenti al gruppo dei «barbudos» della Sanità, incluso quel Raffaele Cepparulo che sui social si presentava come Ultimo e che il 7 giugno scorso è stato ucciso in un agguato al lotto 0 a Ponticelli.

Le stese e l'ira del boss. La notte del 19 febbraio scuote Lo Russo per l'ennesimo raid armato ad opera di un gruppo di emergenti che tentano l'ascesa nel rione Don Guanella e di cui fa parte anche Walter Mallo, arrestato di recente. «Hanno sparato un'altra volta, tre volte in una giornata... Ora gli faccio vedere io il terrore». Carlo Lo Russo è infuriato perché quei giovani si sono spinti fino al cuore del suo feudo e le continue incursioni armate spaventano i suoi pusher rovinando le vendite di droga sulle piazze gestite dal clan. «Succede la fine del mondo, si rasa al suolo il Don Guanella e non mangiamo più nessuno...» tuona.
Le strategie. Riorganizzare il clan dei Capitoni per Lo Russo vuol dire anche scontrarsi con un'altra generazione di camorristi, al Don Guanella come al rione Sanità. «La malavita è un mestiere, se non lo sai fare cambia mestiere...» dice preoccupato dei criminali improvvisati. E lui, quel mestiere, ritiene di saperlo fare e di sapere bene quando è il momento delle alleanze e quando quello delle guerre. Cura i rapporti con i Licciardi alla Masseria Cardone, con i narcos degli Amato-Pagano e i figli del boss Paolo Di Lauro tra Secondigliano e l'hinterland nord, con gli esponenti del clan Cimmino al Vomero e con i Contini al Vasto. A chi gli è ostile, invece, minaccia guerre e ritorsioni.

«Pioverà sangue». Lo dice al nipote lamentandosi della situazione del clan. A luglio 2015 Carlo Lo Russo torna libero dopo molti anni trascorsi in carcere e riprende le redini dell'organizzazione. Sfruttando i nove permessi premio dell'ultimo anno è già riuscito a parlare con nipoti e affiliati, rinverdire i rapporti con i suoi uomini e con esponenti di altre famiglie malavitose, occuparsi delle mesate e nominare nuovi luogotenenti. «Quando pioverà sangue vorrà dire che sono uscito».

La festa e la dedica dei neomelodici. Trapela la notizia dell'imminente fine pena notificato al boss dal Tribunale di Napoli e i figli con il resto della famiglia e qualche fedelissimo decidono di festeggiare. Invitano anche i neomelodici Franco Ricciardi e Mauro Nardi (non coinvolti nella vicenda giudiziaria) che dedicano una canzone a Lo Russo il quale è al telefono, ascolta, apprezza e, a viva voce, saluta e ringrazia tutti.

Sospetti e coincidenze. Per gli inquirenti resta ancora un sospetto, che finora poggia su coincidenze di tempi e pochi altri indizi, ma le indagini proseguono e si continua a scavare nelle trame di due omicidi avvenuti poco dopo la scarcerazione del boss. «Non può essere causale - osserva il gip - che proprio dopo il rientro di Lo Russo a Miano si è registrato l'omicidio di un teste oculare dell'omicidio Scognamiglio, Raffaele Stravato, uomo comunque appartenente alla medesima area criminale». E riflettori puntati anche sull'omicidio, il 14 novembre 2015, di Pietro Esposito, il ras della Sanità in contrasto con i Vastarella che nel centro storico sono emanazione dei Lo Russo. Tre giorni prima del delitto in casa di Carlo Lo Russo vengono intercettati discorsi tra parenti in cui si parla proprio di Esposito come di un possibile obiettivo («per acchiapparlo l'unica è la pompa di benzina, quello gira sempre in motorino...») e a omicidio compiuto si commenta, con ironie e sorrisetti, la notizia data dai quotidiani online. Nessuno del clan Lo Russo, tuttavia, risulta indagato per questi due agguati su cui le indagini sono ancora in corso.

Le mani sugli ospedali della città. Ne parla Mario Lo Russo, fratello di Carlo, ex boss e dal 21 marzo collaboratore di giustizia: «Tornato libero mi sono dedicato agli ospedali, cioè tutto quello che gira intorno agli ospedali». Estorsioni, assunzioni, appalti. «Il policlinico era nostro - dice illustrando le spartizioni tra clan - il Cardarelli, il Monaldi e il Pascale di Cimmino e Caiazzo del Vomero».

La cella sulla strada e l'appello dell'ex capoclan. È sempre Mario a raccontare i segreti più attuali dei Lo Russo. Dice di essersi sempre aggiornato, anche durante gli anni della detenzione, grazie alle informazioni di altri detenuti o ai colloqui, «mi bastava un solo gesto per capire». «Quando Salvatore si è pentito - ricorda - ero a Catanzaro. La mia cella affacciava sulla strada e potevo parlare tranquillamente». E conclude con un appello rivolto ai pm: «Carlo è molto pericoloso, vedete di arrestarlo quanto prima».
Ultimo aggiornamento: 12:20