Omicidio a Torre Annunziata, è guerra tra clan: killer tra la folla, nessun testimone

Lunedì 13 Settembre 2021 di Leandro Del Gaudio
Omicidio a Torre Annunziata, è guerra tra clan: killer tra la folla, nessun testimone

Hanno fatto fuoco sotto gli occhi di donne e bambini, padri di famiglia e uomini di chiesa. Sono entrati in azione nel momento di maggiore densità di persone, lì all'esterno del piazzale di Sant'Alfonso dei Liguori, intorno all'una di ieri mattina. Più di dieci colpi, target centrato e abbattuto: omicidio plateale e invisibile al tempo stesso, almeno a giudicare dalla mancanza di testimonianze nel fascicolo degli inquirenti. Torre Annunziata, centro storico, ucciso Francesco Immobile, 35 anni, ritenuto legato ai Gallo-Cavalieri conosciuti da queste parti come i pisielli di parco Penniniello. Stesso copione di quanto accaduto appena poche ore prima, sabato pomeriggio lungo il centralissimo corso Vittorio Emanuele III, quando è stato ferito il 57enne Michele Guarro, ritenuto vicino al clan Gionta. Killer fantasmi, a giudicare da quanto sta emergendo dalle indagini, che confermano il clima di omertà e di paura cinge di assedio il comune vesuviano. Anche ieri tanti spettatori, nessun testimone. Prime ore del pomeriggio, il copione è questo: sono stati ascoltati gli uomini che hanno soccorso Immobile, nel disperato (e vano) tentativo di condurlo in ospedale, ma hanno negato anche l'evidenza. Frasi fatte anche da parte dei soccorritori: non ero presente in piazza, sono arrivato dopo. Stesso scenario investigativo, subito dopo il ferimento di Guarro: omertà al di là del buon senso, da parte di chi sembra aver dimenticato anche il nome del corso principale di Torre Annunziata

Guerra di camorra, siamo ancora a Fortapasc (per dirla con il film di Risi su Giancarlo Siani), come se non fossero passati 36 anni dall'omicidio del cronista del Mattino. Cosa accade nel comune oplontino? C'è un'ipotesi doverosa: quella di un botta a risposta tra due cartelli - i Gionta e i Gallo-Cavalieri - che da anni si scontrano a colpi di omicidi, stese, prima di definire equilibri sempre più precari. A scatenare la nuova contrapposizione, potrebbe essere stata la scarcerazione - più o meno negli stessi mesi - di soggetti legati ai due schieramenti. Droga e racket, al centro di tutto, come emerge dal profilo dei soggetti finiti sotto i colpi dei killer nell'ultimo fine settimana. Partiamo dall'ultimo raid: Immobile, precedenti per spaccio di sostanze stupefacenti, aveva lasciato da poco gli arresti domiciliari; Guarro aveva da poco finito di scontare la sua condanna, dopo essere stato coinvolto in un'indagine per estorsione, reato consumato in alcuni negozi a pochi passi dal luogo in cui è stato ferito sabato scorso. 

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Ce n'è abbastanza per spingere la Dda di Napoli a condurre un'inchiesta di sistema. Oggi il vertice, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Rosa Volpe (che si occupa, tra l'altro dei clan dell'area vesuviana), al lavoro i pm Ivana Fulco e Valentina Sincero. Al momento, la prima evidenza investigativa è legata al silenzio di chiunque possa aver immagazzinato anche il più piccolo particolare dei due agguati. In campo gli uomini della Mobile del primo dirigente Alfredo Fabbrocini (che indagano sull'omicidio Immobile) e i carabinieri del reparto operativo del colonnello Cristian Angelillo (sull'agguato a Guarro, di sabato pomeriggio), lo scenario è abbastanza chiaro. Omertà, paura e rassegnazione. Due agguati plateali, che hanno un doppio valore nell'ottica dei killer: dimostrare il proprio radicamento sul territorio, al punto tale da agire anche alla luce del sole, in una piazza gremita di passanti, di fedeli, di donne e di bambini. Era stato avvistato nei pressi della sua abitazione, ieri mattina aveva fatto su e giù nei pressi della parrocchia di Sant'Alfonso dei Liguori, si sentiva protetto nel proprio territorio. Non immaginava di avere gli occhi addosso di qualcuno, non immaginava che c'era chi lo stava filando da qualche ora, fino a segnalare la sua presenza in piazza. Era convinto che i killer non potessero entrare in azione in una zona tanto affollata, a pochi passi da una chiesa. Si sbagliava, a giudicare dal raid consumato quando la campana della Parrocchia aveva già suonato dodici volte, invitando tutti a messa. Agguato plateale, ad alto impatto dimostrativo: vale per i nemici e per i cittadini, per smontare sul nascere ogni possibile testimonianza a polizia e carabinieri. Trentasei anni dopo la morte di Siani, Torre Annunziata è ancora Fortapasc. 

Ultimo aggiornamento: 13:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA