Omicidio del capoclan della Sanità:
killer confessano ma resta l'ergastolo

Giovedì 8 Novembre 2018 di Leandro Del Gaudio
Ci hanno provato, con il gesto non nuovo nelle aule di giustizia. Hanno alzato la mano, hanno chiesto di fare una deposizione spontanea - un diritto sacrosanto per ogni imputato in ogni grado di giudizio - e hanno confessato. Hanno ammesso di aver ucciso il boss Pietro Esposito, siamo a novembre del 2015, hanno confermato di aver agito in nome e per conto dell’allora boss di Miano Carlo Lo Russo (oggi pentito), insomma hanno ammesso l’addebito. 
LE AMMISSIONI
Ma a poco è servito, almeno a leggere il dispositivo pronunciato ieri dalla Corte di Assise d’appello di Napoli: ergastolo per Luigi Cutarelli e per Ciro Perfetto, stesso verdetto pronunciato in primo grado, il sipario è quasi del tutto chiuso per una delle pagine più dolorose della cronaca nera cittadina. Parliamo della guerra dei «capitoni» di Miano (di cui Perfetto e Cutarelli erano giovanissimi esponenti) e il clan Esposito-Genidoni, per la conquista dei traffici criminali alla Sanità e in altre zone di Napoli. Una faida con tanti morti e tanti agguati (spesso spari in aria senza un obiettivo preciso, con il solo fine di spaventare gli avversari), che ha fatto registrare la morte di due soggetti estranei al crimine, colpiti per errore nel botta e risposta criminale: come l’omicidio di Gennaro Cesarano, il 17enne colpito a morte durante un agguato consumato all’alba del cinque settembre del 2015 in piazza San Vincenzo alla Sanità; e come l’agguato che costò la vita di Ciro Colonna, a giugno del 2016, in un circoletto ricreativo di Ponticelli (un agguato finalizzato ad uccidere Raffaele Cepparulo, indicato come boss dei «barbuti» del rione Sanità). 
Una stagione criminale che è stata fronteggiata grazie ad arresti e processi (frutto del lavoro investigativo del pm Enrica Parascandolo) con una serie di condanne in primo grado e in appello.
Ieri, l’ergastolo per Cutarelli e Perfetto, che pure avevano provato il tutto per tutto, pur di evitare il massimo della pena, pur di scongiurare il fine pena mai. Ammissioni, assunzioni di responsabilità dirette, senza chiamare in causa altri componenti del gruppo. 
CAVALLO DI TROIA
Una strategia che in questo filone processuale non ha pagato. Non si tratta infatti della prima condanna a carico di Cutarelli e Perfetto, che sono stati coinvolti in altre inchieste per omicidio. Indagati e processati (anche se non condannati in modo definitivo) anche per altri morti ammazzati, parliamo degli agguati che costarono la vita ad Izzi e Stravato, in quella girandola di delitti che segnò il ritorno a casa di Carlo Lo Russo, dopo quattordici anni di detenzione.
Una lunga scia criminale che ha scandito la storia di indagini e processi, in parte raccontata proprio grazie alle accuse rese dal boss pentito Carlo Lo Russo. È stato lui a svelare la storia del «cavallo di Troia» piazzato all’interno del rione Sanità. È il 15 novembre di tre anni fa, quando da un anonimo appartamento del rione Sanità sbucano Cutarelli e Perfetto. Hanno atteso per almeno due giorni il momento giusto, quello della «filata», del via libera, cogliendo di sorpresa il boss Pietro Esposito (al quale avevano ammazzato il figlio alcuni mesi prima), che si sentiva al sicuro all’interno del proprio territorio. Fu Antonella De Musis (legata sentimentalmente a Carlo Lo Russo), a mettere a disposizione l’appartamento dell’ex marito nella zona della Sanità, per consentire ai due killer di sbucare all’improvviso. Un cavallo di Troia a Napoli, negli anni della faida, dei ragazzi uccisi per errore, delle confessioni in aula e del mea culpa dinanzi ai giudici.  © RIPRODUZIONE RISERVATA