Un omicidio per lavare l'onore del killer di Siani: condannati a 20 anni i due killer

Martedì 29 Settembre 2020 di Leandro Del Gaudio

Venti anni per omicidio aggravato dal movente mafioso. È stato il gup del Tribunale di Napoli a condannare a venti anni di reclusione Raffaele D'Alterio e Salvatore Simioli, entrambi ritenuti responsabili dell'omicidio del muratore Santino Passero. Hanno ottenuto lo sconto di un terzo della pena, come previsto per altro dalla formula del rito abbreviato, come presunti esecutori materiali del delitto consumato a Marano, a gennaio del 2008.

Resta invece in attesa di giudizio la posizione del boss di Marano Giuseppe Polverino, indicato come mandante, che ha scelto di essere giudicato con il rito ordinario. Stando a quanto emerso al termine del primo grado di giudizio, viene confermata la pista investigativa condotta dal pm Henry John Woodcock, a proposito della responsabilità dei due esecutori materiali e del movente individuato alla base dell'agguato. Forte delle indagini dei carabinieri, la Procura ha battuto la pista passionale, un movente di natura privata diventato nel corso del tempo un affare di clan, tanto da mettere in gioco lo stato maggiore della camorra locale. Stando a questa ricostruzione (ritenuta valida dal gup Mariarosaria De Lellis), Passero avrebbe pagato con la vita presunte avances nei confronti della donna di Armando Del Core, attualmente in carcere a scontare la condanna all'ergastolo per l'omicidio del giornalista Giancarlo Siani. Una ricostruzione sostenuta in aula anche dal pentito dei Polverino Roberto Perrone, più volte avversata dai diretti interessati, tanto da spingere la moglie di Del Core a sporgere querela nei confronti dello stesso collaboratore di giustizia.

Ovviamente il problema non è cosa sia realmente avvenuto tra Passero e la moglie di Del Core, ma cosa è stato percepito dai boss della camorra egemone nella zona di Marano. E quali sono state le contromosse messe in campo dai Polverino.
 

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Fatto sta che ora c'è un verdetto di primo grado, al termine del quale vengono sposate in pieno le conclusioni dell'accusa, quasi a conferma di una maledizione di sangue che si rigenera attraverso ordini di morte, condanne ed esecuzioni perentorie. Chiaro il significato dell'agguato: chi è in cella a scontare la condanna per l'omicidio del giornalista de Il Mattino (e lo fa senza tradire la consegna del silenzio, senza collaborare con la giustizia), merita rispetto. È il motivo che ha spinto per almeno tre decenni, i clan che si sono alternati nel controllo del malaffare di Marano a versare un vitalizio ai figli di Del Core e di Ciro Cappuccio, i due killer condannati all'ergastolo in via definitiva come esecutori materiali del delitto di piazza Leonardo, nel lontano 23 settembre del 1985.

Ed è stato lo stesso gip del Tribunale di Napoli che ha di recente firmato un blitz a Marano a confermare questa ricostruzione (frutto del lavoro investigativo dei pm Mariella Di Mauro e Giuseppe Visone), a proposito del vitalizio in cambio del silenzio omertoso dei due killer. Ma torniamo al delitto di Santino Passero. Nel 2008, fu il terzo di cinque fratelli ad essere ammazzato nel giro di 26 anni, ovviamente per motivi diversi, a conferma di una cultura di morte che ha condizionato la vita di un intero nucleo familiare. Una scia di sangue, che ha decimato i Passero. Il 28 maggio del 1982 venne ammazzato Umberto, a marzo del 1995 toccò ad Antonio; nel 2008 fu la volta di Santino, che fu colpito alle sette del mattino, quando il manovale si stava recando al cantiere per dare inizio alla propria giornata di lavoro.

Contro di lui, un intero caricatore, in via XXIV maggio, a pochi passi dalla centralissima piazza Trieste e Trento del comune a nord di Napoli. Sin dalle prime battute investigative, i carabinieri hanno battuto la pista del movente passionale, anche se in un agguato condotto con metodo e finalità puramente camorristica. 

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