«Siani, verifiche sul Reddito al figlio di uno dei mandanti»

Giovedì 14 Gennaio 2021 di Valentino Di Giacomo

«Credo che siamo tutti d'accordo quando diciamo che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli. Più in generale, mi sento di dire che bisogna benedire quel contributo ogni qual volta sarà stato dato a chi, marchiato da un cognome o da una parentela e per questo ha trovato sempre e soltanto porte sbattute in faccia, ha ottenuto una nuova occasione di vita grazie all'opportunità di un lavoro onesto». Luigi Iovino è il deputato più giovane della legislatura e difende a spada tratta il reddito di cittadinanza nonostante, come ha scoperto Il Mattino, possa essere percepito anche in situazioni un po' torbide - come nel caso del figlio di uno dei boss, Baccante, coinvolti nell'omicidio di Giancarlo Siani. Iovino occupa un ruolo di rilievo nel Movimento 5 Stelle essendo anche uno dei facilitatori regionali e tra i fedelissimi di Luigi Di Maio.


Le pare giusto che il figlio di un boss prenda il sussidio?
L'occupazione è l'unica vera alternativa al crimine e mettendo in campo politiche attive per il lavoro, come stiamo facendo con questo Governo, lo Stato può finalmente riprendersi quel ruolo che le mafie gli hanno sottratto per troppo tempo. È anche così che si garantisce la legalità e si combatte il crimine. Ed è anche così che onoriamo il nome e le battaglie di Giancarlo Siani, la cui figura ha ispirato le mie battaglie da studente e da cittadino attivo e il mio successivo impegno in politica all'insegna della trasparenza e della legalità».


Dalle testimonianze dei pentiti risulta che quei clan coinvolti con l'omicidio del giornalista del Mattino versino persino emolumenti alle famiglie dei detenuti. Non crede servano maggiori approfondimenti dello Stato?
«Sono rivelazioni dei collaboratori di giustizia su cui la magistratura sta certamente compiendo tutte le opportune verifiche. E la magistratura è lo Stato. In termini di legge, chiunque sia ritenuto beneficiario del reddito di cittadinanza è perché è stato trovato in possesso di tutti i requisiti richiesti e che non ha commesso reati. Nel caso di specie, mi pare di capire che parliamo di una persona che non si è macchiata di alcun reato e che, almeno fino ad oggi, si è sempre mostrata rispettosa delle leggi».


Non è questo l'unico caso emerso alle cronache. In passato la Gdf ha scoperto persino vari boss essere percettori del reddito. Quando interverrete?
«I controlli sono sempre stati serrati e severi e grazie al grande lavoro della guardia di finanza, ma anche con il contributo di molti cittadini, siamo riusciti a smascherare tantissimi truffatori. Quello dei cosiddetti furbetti è un fenomeno che sapevamo di dover contrastare fin dal principio, ma non per questo dobbiamo rimettere in discussione l'intera misura. Non è che per colpa di falsi invalidi, togliamo la pensione a chi soffre di una vera invalidità e ne ha pienamente diritto. Del resto l'articolo 7 del reddito di cittadinanza prevede addirittura il carcere per questa gente, che dovrebbe vergognarsi».


Al di là dei beneficiari che non ne avrebbero diritto, non crede che comunque il Rdc abbia fallito soprattutto nella parte attinente alla ricerca del lavoro divenendo così solo assistenzialismo?
«Oltre 337mila percettori di reddito in Italia hanno sottoscritto ad oggi un contratto di lavoro. Di queste, 50.385 solo in Campania, seconda solo alla Sicilia in questa classifica, sebbene i Navigator abbiano cominciato a lavorare sei mesi più tardi per il ben noto ostruzionismo di De Luca. Numeri di gran lunga superiori a quelli prospettati, al momento solo sulla carta, dal governatore dei miracoli col suo fantasmagorico piano di lavoro. Cifre importanti che ci dicono che siamo sulla buona strada, ma che possiamo sempre perfezionare la misura. Nel frattempo, grazie al reddito, milioni di famiglie in Italia hanno affrontato l'emergenza Covid potendo contare su un'entrata sicura. Altrimenti, non so proprio come avrebbero potuto tirare avanti».

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