Operaio ucciso dall'amianto, intervista al figlio: «Non solo papà, sono morti così anche i miei zii»

Sabato 15 Gennaio 2022 di Dario Sautto
Operaio ucciso dall'amianto, intervista al figlio: «Non solo papà, sono morti così anche i miei zii»

«La nostra famiglia è stata devastata dall'amianto. Prima di mio padre, ho visto morire due miei zii e le loro mogli che lavavano quelle tute intrise di asbesto, e ancora mio cugino ad appena 52 anni. Ogni giorno pensavo non potranno morire tutti e speravo che quel male potesse risparmiare almeno il mio papà. Ma così non è stato». Ieri Il Mattino ha raccontato la storia di Angelo T., ex operaio della Sait (Società applicazione isolanti termofrigoriferi), azienda che ha gestito in subappalto la coibentazione della navi per conto di Fincantieri nello stabilimento di Castellammare. Pochi giorni fa, il tribunale del Lavoro di Torre Annunziata ha riconosciuto ai familiari di Angelo un risarcimento di quasi un milione di euro che Fincantieri e Sait dovranno pagare in solido per non aver garantito la sicurezza di quell'operaio, morto per un mesotelioma peritoneale nel 2016 per l'esposizione all'amianto. A parlare è Mario, il figlio di Angelo, che ha chiesto la riservatezza sulla sua identità, ma ha deciso di raccontare chi era il suo papà e come le fibre di asbesto abbiano causato tanti lutti in famiglia. 

Chi era Angelo?
«Papà era un coibentatore, dipendente della Sait, ditta che lavorava in subappalto in Fincantieri dove mancavano quelle figure professionali. Ha ricoperto vari ruoli all'interno del cantiere. Ha fatto il pittore, ma era principalmente addetto a coibentare le stive, le cucine, le sale macchine delle navi. Era mingherlino, si infilava nei posti più assurdi, addirittura nei tubi. Ricordo che una volta rimase bloccato in una cisterna per ore, svenne e ebbe crisi di panico per mesi».

Lavorava con l'amianto?
«In realtà quasi tutti i giorni impastava anche a mani nude quei materiali, che poi applicava spruzzando sulle pareti».

Come era arrivato in Fincantieri?
«Era disoccupato e suo cognato fu assunto come caposquadra in una delle ditte dell'indotto. Così, decise di chiamare a lavorare tutti i suoi familiari, tra cui il fratello e proprio il mio papà. Negli anni successivi, in Sait con lui andarono a lavorare anche i figli, i miei cugini. Lavoravano tutti assieme, in spazi stretti senza ricambio d'aria, circondati da quelle polveri. E nei giorni prima del varo, quegli ambienti si affollavano, bisognava fare gli ultimi ritocchi, fare rattoppi, pulire. E le polveri saturavano l'aria».

Papà le raccontava qualcosa?
«Mi raccontava come impastavano insieme asbesto e cemento, per creare un materiale che diventava della stessa consistenza del das. E mi raccontava pure che in pausa pranzo si stendevano su quell'amianto per mangiare e riposarsi».

Avevano dispositivi di sicurezza?
«Assolutamente no, neanche le mascherine. Ricordo che gli avevano consigliato una sola cosa: la sera, prima di andare a dormire, doveva bere un bicchiere di latte caldo per alleviare quel fastidio alla gola. Lo ricordo ancora quel bicchiere sul comodino, che papà beveva sempre perché si sentiva sempre la gola graffiata. Quelle erano le polveri di amianto che un po' alla volta consumavano il mio papà».

Non sapevano che l'amianto era pericoloso?
«All'epoca non si sapeva. Negli Stati Uniti erano già stati lanciati i primi allarmi, ma qui in Italia si ignoravano possibili problemi per la salute. Da metà anni 90, però, cominciammo a capire che qualcosa non andava. Spesso tornava a casa e raccontava che era morto qualche collega».

Aveva paura?
«Cominciò ad avere paura anche lui. Erano i suoi parenti, i suoi amici, i suoi colleghi. Lavorava tutti i giorni con loro. E sa una cosa? Per questa causa abbiamo avuto difficoltà a trovare testimoni. Sono rimasti solo due miei cugini, gli altri colleghi di papà sono praticamente tutti morti. E poi, col tempo, aveva il timore anche per noi e per mia madre».

Perché?
«I due cognati erano morti a causa dell'amianto, ma anche le due mogli. Le mie zie, come mia mamma, lavavano quelle tute e si erano ammalate per togliere quelle maledette fibre dai vestiti. Lui aveva paura per mia madre. Ricordo ancora la tuta di papà stesa al sole, che luccicava a causa dell'asbesto. E ricordo anche quando tornava a casa con quelle fibre colorate sulle sopracciglia».

Quando avete scoperto la malattia?
«Era novembre 2015, i medici ci diedero un responso terribile: in quattro mesi papà se ne andò. Ero carico di rabbia, all'inizio non volevo, poi decisi di contattare l'avvocato Bonanni e di iniziare la battaglia di giustizia per papà».

Cosa ha fatto quando ha saputo della sentenza?
«Ho pianto. Ho pianto un giorno intero. Per rabbia, malinconia, gioia. Questa cosa non ci restituirà papà, lo sappiamo, ma abbiamo avuto giustizia per lui, per i suoi parenti e colleghi. Non riparerà il male sofferto da mamma. Ora spero che questa sentenza possa dare coraggio ad altri di denunciare perché come mio padre Angelo, tanti operai sono morti senza avere giustizia». 

Ultimo aggiornamento: 18:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA