Poggioreale caos, uno psicologo:
«Io, aggredito da un poliziotto»

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di Giuseppe Crimaldi

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Minacce, insulti, intimidazioni. E persino un’aggressione fisica, accompagnata da un ultimo sinistro messaggio di morte. Non c’è pace in quell’inferno in terra chiamato Poggioreale. Tornano a riaccendersi i riflettori sul carcere più sovraffollato d’Europa, ed è una brutta, bruttissima storia quella sulla quale indagano i pubblici ministeri della Procura di Napoli: già, perché stavolta a denunciare presunti gravissimi abusi da parte di alcuni agenti della Polizia Penitenziaria non sono i detenuti ma un medico.
 

I fatti risalgono alle giornate del 27 e 28 giugno scorso. Prima di ricostruirli è obbligatoria una premessa: al di là di ciò che accerterà l’indagine affidata al sostituto procuratore Giuliano va detto che la stragrande maggioranza del personale in servizio nelle carceri napoletane (e italiane) è composto da persone che svolgono con abnegazione e professionalità il loro lavoro. Ciò premesso, sarà la magistratura inquirente partenopea a decidere se come denunciato in questo caso dalla vittima - ci sia anche qualche mela marcia. A sporgere denuncia è stato uno psicologo in servizio nella casa circondariale di Poggioreale. Ed ecco il suo racconto, come emerge dagli atti dell’esposto querela. «Il 27 giugno 2018 ero di turno presso il presidio “Nuovi Giunti” ho effettuato un colloquio con un detenuto accusato di stalking: mi mostrò macchie di sangue ancora fresco sul volto e sulle mani, riferendomi che dopo la visita medica aveva avuto un diverbio con il personale di custodia ed era stato picchiato, senza possibilità di difendersi». A quel punto lo psicologo si reca dal medico di turno per accertarsi se, durante la visita, fossero presenti quelle lesioni: e il sanitario nega la circostanza. A quel punto lo psicologo prende carta e penna e inizia a scrivere una relazione sull’accaduto; ed ecco comparire un agente della Polizia Penitenziaria (il cui nome è contenuto nella denuncia): «Mi chiese cosa stessi scrivendo precisando che non dovevo riportare che il recluso era stato picchiato. Gli spiegai che non potevo non riferire la versione del detenuto, e che comunque avrei fatto una relazione tutelando il personale e gli agenti in servizio; a quel punto il mio interlocutore - alzando sempre più i toni - mi minacciò dicendo che se non avessi modificato il rapporto “avrei finito di campare” e che lui mi avrebbe “fatto la guerra in tutti i modi”».
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Domenica 17 Febbraio 2019, 23:47 - Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 13:54
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