Castellammare. Prete «difende» bandito: ora rischio il processo ma lo rifarei mille volte

Domenica 13 Marzo 2016 di Dario Sautto
Castellammare. Prete «difende» bandito: ora rischio il processo ma lo rifarei mille volte

Castellammare. «Sì, ho avvicinato le tre donne vittime di rapina che dovevano testimoniare contro Giuseppe nel processo. Non volevo condizionarle: ho solo chiesto che riflettessero bene, che fossero sicure di indicare la persona giusta. E lo rifarei, perché la mia è una missione pastorale». Don Vincenzo Sansone ha 76 anni ed è un prete di frontiera: la sua chiesa, dedicata a Santa Maria Goretti, si trova in via Fontanelle, nella periferia di Castellammare. Lui si definisce «un sacerdote molto operativo nel sociale», uno che «entra nelle storie», che cerca di «dare una mano concreta a chi ne ha bisogno», senza fronzoli o formalismi. Vive in un quartiere che da agricolo è diventato residenziale, accogliendo anche molti pregiudicati vicini al clan Cesarano.Ma in questo caso si parla di rapine, microcriminalità, niente a che fare con la camorra.

La questione nasce a chiusura di un processo che vede come unico imputato il 20enne Giuseppe Bene, piccoli precedenti, accusato di aver commesso almeno tre rapine tra Gragnano e Sant'Antonio Abate. Tre vittime lo hanno riconosciuto: sono tutte donne che hanno raccontato di essere state aggredite di sera, quando erano sole. Il loro identikit portò i carabinieri direttamente da Bene, in quel periodo tra maggio e novembre 2014 già relegato ai domiciliari. «Ma lui è un bravo ragazzo afferma don Vincenzo anche se ha commesso qualche errore. Ha sempre negato di aver rapinato quelle donne e la sua famiglia ne è convinta». Per questo motivo, dopo essere stato contattato dalla sorella del giovane, don Vincenzo si è messo sulle tracce delle tre donne che avevano effettuato il riconoscimento del 20enne. Come sono andati i fatti? «Il mio scopo era poter avvicinare queste tre donne racconta il parroco stabiese perché volevo parlare con loro. Ho semplicemente messo in atto la mia opera pastorale. In pratica ho solo fatto la mia parte di prete. Di certo non sono andato da loro per corromperle, ci mancherebbe. Ma ripeto: la mia è stata una semplice opera pastorale che rifarei».

Adesso, però, la Procura di Torre Annunziata sta valutando questo suo interessamento: rischia di essere indagato per induzione alla falsa testimonianza. «Mi possono anche denunciare, sono pronto ad affrontare la sfida. Chi agisce, rischia. E io sono pronto a rischiare per le cause che ritengo giuste». Il recupero sociale è il principale interesse di don Vincenzo, soprattutto per quanto riguarda il 20enne. «Nel caso in cui fosse colpevole, è giusto che paghi. Ma sarebbe meglio commutare la pena in affidamento ai servizi sociali, perché in carcere si marcisce soltanto».