Stop ai pronto soccorso, è emergenza in provincia di Napoli

Martedì 3 Dicembre 2019 di Domenico Maglione

Dopo le case di cura di Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano tocca a Casoria, dove chiude il punto di prima assistenza dell'ospedale Santa Maria della Pietà gestito dai religiosi camilliani. Inevitabili saranno i disagi per un'utenza di almeno duecentomila abitanti. Senza strutture di urgenza resteranno, dal prossimo primo gennaio, anche i residenti di Afragola, Arzano e Casavatore che saranno costretti a rivolgersi agli ospedali più vicini, il San Giovanni di Dio di Frattamaggiore o il San Giovanni Bosco, alla Doganella.

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La questione dei centri di prima assistenza, che interessa anche alcune cliniche private della provincia di Napoli, sta suscitando una diffusa mobilitazione e sembra destinata ad approdare anche all'attenzione del governo. Tuttavia, una soluzione per tamponare l'emergenza potrebbe giungere dall'accordo siglato dalla Regione con i medici di famiglia. In sostanza, si punta a coinvolgere questi ultimi con l'attivazione delle cosiddette aggregazioni funzionali territoriali che garantirebbero l'apertura degli studi per almeno dodici ore al giorno.

Le Aft sono raggruppamenti mono-professionali con effetti tipicamente organizzativi e comprendono un'area di pertinenza della medicina generale che non superi i 30mila abitanti. Esse sono collegate funzionalmente a una Uccp, ovvero una Unità complessa di cure primarie dove vengono effettivamente erogati anche servizi specialistici integrati, attività di prevenzione e prestazioni non differibili. L'obiettivo è di dare maggiore efficienza ai servizi territoriali riducendo gli accessi, spesso inappropriati, ai pronto soccorso.

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Ovviamente questo è l'obiettivo, magari a medio e breve tempo. La realtà però è tutt'altra. Al dipartimento di emergenza e accettazione del San Giovanni di Dio di Frattamaggiore arriva di tutto e gli operatori sono costretti a lavorare in affanno. Stesso discorso al San Giovanni Bosco di Napoli. «C'è la necessità di riorganizzare e non di sopprimere. Nonostante i progressi c'è ancora tanta carenza di servizi», affermano gli operatori sanitari. L'Asl Napoli 2 Nord risulta sicuramente tra quelle più virtuose in Campania, per l'ottimo lavoro di programmazione svolto soprattutto negli ultimi anni. Resta da migliorare e perfezionare però l'intesa con i medici di famiglia il cui lavoro è fondamentale per garantire un'assistenza adeguata, almeno a copertura delle dodici ore giornaliere. Un obiettivo che si potrebbe perseguire con la formazione delle Unità complesse di cure primarie con le quali si raggiungerebbe l'integrazione tra medici di medicina generale e medici specialisti. L'integrazione valorizzerebbe le relazioni ed anche i collegamenti con i professionisti ospedalieri e con quelli dei servizi distrettuali, rilanciando alla grande le attività assistenziali complesse. Le Uccp, infatti, sono poliambulatori dotati di strumentazione di base aperti al pubblico h12/24, considerando anche dislocazioni plurime. Questo è il modello, almeno sulla carta perché nella pratica c'è ancora molto da fare e il primo gennaio è dietro l'angolo. La Regione, attraverso la prima assistenza, garantiva al punto di prima assistenza del Santa Maria della Pietà di Casoria duemila prestazioni di urgenza all'anno che dal primo gennaio dovranno obbligatoriamente essere dirottate altrove perchè il nuovo modello non è ancora pronto e la chiusura dei centri, compresi quelli delle case di cura Trusso di Ottaviano e Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano si ripercuoterà sui residenti. «L'interruzione del servizio manderà in tilt l'intera rete dell'assistenza sanitaria. Sguarnire la vasta area del Nolano e del Vesuviano di presidi di primo soccorso finirà per congestionare ulteriormente gli ospedali di Nola e Boscoreale, già presi di mira dai cittadini per l'assenza di un servizio che faccia da filtro sul territorio», dicono i consiglieri regionali di Forza Italia Ermanno Russo e Flora Beneduce.

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