Napoli, la verità di Di Matteo: «Il boss mi chiese i soldi in pizzeria davanti ai turisti»

di Leandro Del Gaudio

  • 136
Chiese un anticipo sulla tangente di Natale, lo fece senza mandare emissari o gregari. Lì, in vico Giganti, di sabato pomeriggio, nel pieno del via vai di turisti e visitatori del centro storico, si materializzò la poco confortante sagoma di Vincenzo Sibillo, padre dei fratelli Pasquale e Emanuele (quest'ultimo ucciso nel 2015) protagonisti della cosiddetta «paranza dei bambini». Parola di uno dei soci del ristorante Di Matteo, la pizzeria finita nel mirino del racket. Agli atti la testimonianza di un socio della pizzeria Di Matteo, un lavoratore, uno che da anni trascorre l'intera giornata ad infornare pizze e a servire clienti in arrivo a Napoli da tutte le parti del mondo. Un racconto che risale allo scorso 11 marzo e che basta da solo a chiudere il cerchio, almeno per quanto riguarda la questione cautelare, con la rinuncia all'udienza del Riesame. Ma torniamo alle sommarie informazioni firmate dall'ultimo teste nel corso dell'inchiesta sul racket alla storica pizzeria dei Decumani, culminata venti giorni fa negli arresti dello stesso Vincenzo Sibillo (a cui i figli affibbiarono il nomignolo di o ninno), di Giovanni Ingenito, di Giosuè Napolitano e di Giovanni Matteo. Siamo sulla soglia del locale, la scena si svolge nei pressi della friggitoria, in un sabato pomeriggio di tutto esaurito, con lunghe attese per potersi accomodare in uno dei ristoranti più gettonati di Napoli. Prima gli sguardi, poi la richiesta.
CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO:
  • Accesso illimitato agli articoli
    selezionati dal quotidiano
  • Le edizioni del giornale ogni giorno
    su PC, smartphone e tablet
SCOPRI LA PROMO



Mercoledì 3 Aprile 2019, 07:30
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP