Maria Paola uccisa a Caivano, la furia del fratello: «Ciro, vai via o ti taglio la testa»

Martedì 15 Settembre 2020 di Leandro Del Gaudio

Era già accaduto. Quella di venerdì scorso non è stata la prima aggressione, il primo tentativo di consumare violenza e minacce per impedire una relazione tra due persone che si amavano, che condividevano sogni, desideri, difficoltà di tutti i giorni. C'è una data nella vita di Ciro Migliore (all'anagrafe Cira) e della compagna Maria Paola Gaglione: un brutto giorno segnato dallo spavento, prima del maledetto inseguimento in moto di qualche giorno fa. È il 13 luglio scorso, quando a casa di Ciro si presenta Michele Antonio Gaglione, per imporre la propria logica deviata. Prepotenza, minacce, paura. Lo ha spiegato Ciro, dopo essere sopravvissuto all'inseguimento di venerdì scorso: «Il fratello di Maria Paola, la ragazza che amavo, venne da me, a casa mia, dicendomi che se non avessi lasciato Maria Paola mi avrebbe tagliato la testa, mi avrebbe ammazzato. Non denunciai per paura».

LA CONVALIDA
Un precedente tutto da approfondire, mentre ieri si è registrata una svolta nel corso delle indagini sulla morte della bella ragazza di Caivano. È stato il gip del Tribunale di Nola Fortuna Basile a convalidare il fermo del pm scattato sabato mattina. Due ore di interrogatorio da parte di Michele Antonio Gaglione non hanno convinto il giudice a scarcerarlo. Anzi. Proprio con le sue parole, l'indagato ha confermato almeno tre punti: venerdì notte, intorno all'una, si era messo in moto per inseguire la sorella Maria Paola, che era in sella allo scooter guidato da Ciro; aveva provato a interrompere la marcia del mezzo guidato da Ciro, sferrando anche dei calci sul lato sinistro dello stesso scooter in cui viaggiavano Ciro e Maria Paola; aveva aggredito con schiaffi e calci lo stesso Ciro, dopo la rovinosa caduta nella quale Maria Paola ha perso la vita. Tutto ciò - per il gip che ha emesso l'ordine di arresto - conferma la volontà di offendere, di imporre con violenza la fine di un rapporto sentimentale che non condivideva. Difeso dai penalisti Giovanni Chianelli e Domenico Paolella, Michele Antonio Gaglione ha provato a fornire la propria versione, magari a convincere il giudice che non aveva alcuna intenzione di uccidere la sorella: «Maria Paola era dieci anni più giovane di me, è stata quasi come una figlia. Speravo che potesse avere la gioia di una famiglia, non condividevo la sua scelta, ma non volevo ucciderla».

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Una versione poco convincente, alla luce delle indagini condotte dal pm Patrizia Mucciacito, in forza all'ufficio inquirente nolano guidato dalla procuratrice Laura Triassi: si è trattato di un omicidio preterintenzionale, per altro aggravato dai motivi abietti e futili, tipico di chi agisce per offendere, per arrecare dolore alla vittima della propria furia. Scrive ora il gip del Tribunale di Napoli, nel ricostruire la dinamica della morte di Maria Paola: «La caduta del motociclo non è stata casualmente dovuta ad una perdita di controllo nella guida da parte della stessa bensì dalla condotta pericolosa del Gaglione che ripetutamente affiancava il predetto motociclo cercando di speronarlo e tagliargli la strada. Aver colpito con schiaffi ed un calcio Ciro subito dopo la rovinosa caduta del motociclo è espressione della furia che lo pervadeva e che lo animava contro quest'ultimo».
 

Video

Momenti di particolare tensione, in un inseguimento lungo via degli Etruschi, che è stato anche ripreso da una videocamera presente in zona. Si vedono due moto che si inseguono, mentre quella di dietro prova ad azzardare manovre per affiancare l'altra che procede avanti. Un orrendo videogame. Gaglione guidava una potente moto Adv, mentre Ciro provava a seminarlo con il suo scooter meno potente, un Honda sh 300. E non è un caso che agli atti dell'inchiesta finisce anche la foto della suola della scarpa destra di Gaglione, che avrebbe lasciato tracce sullo scooter catapultato a terra. Nessuno sconto, dunque, di fronte a un delitto consumato con le aggravanti dei motivi futili e abietti. Scrive ancora il giudice: «Gravi ed allarmanti le modalità dell'azione che denotano l'incapacità dell'indagato di controllare le proprie pulsioni aggressive, che denotano un'accentuata pericolosità sociale indice di elevato ed attuale pericolo di recidiva», di fronte «allo scarso senso di civiltà e di rispetto nei confronti altrui o di disdegno avverso ogni regola confliggente con il proprio pensiero». Furia, inciviltà, violenza, come due mesi fa, nel silenzio omertoso di tutti.

Ultimo aggiornamento: 14:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA