Regno delle Due Sicilie, Napoli e Gaeta ricordano le vittime del 1861: «È il nostro giorno della memoria»

Regno delle Due Sicilie, Napoli e Gaeta ricordano le vittime del 1861: «È il nostro giorno della memoria»
di Antonio Folle
Domenica 13 Febbraio 2022, 16:13 - Ultimo agg. 14 Febbraio, 07:27
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Il 13 febbraio di 161 anni fa si chiudeva definitivamente la secolare storia del Regno delle Due Sicilie. Nella possente fortezza all'interno della quale avevano trovato rifugio la famiglia reale dei Borbone, il governo del Re, le rappresentanze diplomatiche accreditate presso la corte e quello che restava dell'esercito napoletano, la candida bandiera gigliata veniva ammainata per l'ultima volta e sostituita dal tricolore con la croce dei Savoia. 

Oggi Napoli e Gaeta si sono idealmente unite nel ricordo delle tante vittime meridionali dell'unità italiana, organizzando una manifestazione pubblica a piazza Plebiscito ed una commemorazione nella cittadina laziale, uno degli ultimi lembi del regno fondato da Carlo III a cadere sotto le mortali cannonate dell'esercito piemontese. Questa mattina a Gaeta, alla presenza dell'assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Gaeta Gianna Conte, che ha rivolto un indirizzo e saluto ed ha ricordato l'eroica resistenza della fortezza che ha combattuto per tre mesi non più per rovesciare le sorti della guerra - mai effettivamente dichiarata dal Piemonte - ma per tenere alto il nome della Patria Napoletana, la bandiera delle Due Sicilie è tornata a garrire al vento come nel 1861. 

L'evento, organizzato dal Movimento Neoborbonico e patrocinato dalla Real Casa di Borbone Due Sicilie, dal Comune di Gaeta, da Ancci e dal Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, è una consolidata tradizione che va avanti da diversi anni e che ha lo scopo di ridare dignità alle migliaia di morti - soldati e civili - causati dall'invasione del Regno delle Due Sicilie. «Da anni celebriamo le Vittime dell’annessione al Piemonte del 1860-61 - ha spiegato il presidente del Movimento Neoborbonico Gennaro de Crescenzo - massacri, devastazioni, deportazioni, emigrazioni, questioni meridionali mai conosciute prima e menzogne, tante menzogne, miste ad omissioni e ad oltraggi alla nostra Identità ed alla nostra dignità di Popolo. Il 13 febbraio è diventato e sta diventando sempre di più l’occasione per studiare ed analizzare la storia da un’altra prospettiva e per ricordare i tanti che si schierarono dalla parte dei vinti e sono stati cancellati dalla storia ufficiale. Nessuna vendetta, nessun risarcimento, nessun ritorno indietro nel tempo - ribadisce de Crescenzo - ma la necessità di capire cosa è successo nel passato e per capire cosa cambiare nel presente e per assicurare, dopo 160 anni, pari diritti al Sud ed ai nostri giovani».

Gaeta fu tra le città che più soffrirono l'invasione del Regno dei Borbone. Considerata all'epoca una delle più potenti fortezze del mondo - al pari di Malta o di Gibilterra -, è sempre stata la chiave d'accesso al Regno delle Due Sicilie. Dal 5 novembre 1860 al 13 febbraio 1861 finì sotto il fuoco dei cannoni dell'esercito piemontese che assediava la fortezza all'interno della quale Francesco II continuava stoicamente a resistere. Il generale Cialdini, che comandava l'assedio, ebbe pochi riguardi per le strutture civili per affrettare una capitolazione che era comunque scontata. Le cronache dell'epoca narrano di come il superbo generale di Vittorio Emanuele II - il re galantuomo - mentre i parlamentari borbonici si accingevano a firmare la resa della fortezza, rifiutò di sospendere i bombardamenti, causando morti e devastazioni che forse potevano essere evitate. Lo stesso Cialdini, fregiato del pomposo titolo di duca di Gaeta per le sue gesta al servizio dei Savoia, alcuni anni dopo fu sconfitto dall'esercito austro-ungarico nel corso della Terza Guerra d'Indipendenza, riportando una ben magra figura che mise fine alla sua carriera militare. 

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Mentre a Gaeta tornava a splendere la bandiera con lo stemma borbonico, a Napoli, nella ex capitale del regno, diversi movimenti indentitari davano vita a una pacifica manifestazione di protesta, chiedendo la rimozione dei simboli dei Savoia - a cominciare dalla statua di Vittorio Emanuele a palazzo Reale - dalle strade e dalle piazze della città. 

«La nostra - ha spiegato Ciro Borrelli di Nazione Napolitana Indipendente - non è solo una commemorazione per i nostri caduti. Siamo qui soprattutto per onorare il sacrificio di quei soldati che si batterono per l'onore del popolo napoletano, perchèéquel sangue versato nel 1860 ancora oggi scorre nelle nostre vene e ribolle di fronte agli insulti che ancora oggi riceviamo come popolo. Quegli uomini e quelle donne che furono bollati come briganti ci hanno lasciato un messaggio di dignità e dobbiamo fare di tutto per tramandare quel messaggio alle nuove generazioni». 

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In realtà Gaeta non fu l'ultimo pezzo del regno delle Sicilie a scomparire dai libri di storia. La cittadella fortificata di Messina cadde circa un mese dopo, il 12 marzo del 1861. Una settimana dopo, il 20 marzo 1861, finiva anche la resistenza della fortezza di Civitella del Tronto e prendevano la via dei campi di concentramento migliaia di soldati dell'ormai ex esercito napoletano che si rifiutarono di giurare fedeltà alla nuova bandiera, preferendo la prigionia nelle fortezze di montagna, lo scherno, gli insulti e i maltrattamenti alle offerte di passaggio nel nuovo esercito dei Savoia. «Uno Dio e uno Re» era il grido unanime con il quale venivano accolti gli ufficiali piemontesi che tentavano di convincere gli ex soldati napoletani a passare sotto le bandiere savoiarde. 

«Non ti devo lasciare ignorare - scriveva il generale Alfonso La Marmora a Cavour - che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1.600 che si trovano a Milano, non arriveranno a 100 quelli che acconsentiranno a prender servizio. Sono tutti coperti di rogne e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi o da mal venereo, e quel che è più, dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia». 

Oggi, sullo sfondo della battaglia tra Nord e Sud per i fondi del Recovery plan, ci sono ancora due Italie che si fronteggiano: da un lato quella che vuole onorare le vittime del processo unitario e dall'altro quella che vede l'ex casa regnante dei Savoia intentare causa allo Stato Italiano per riottenere i gioielli custoditi nel caveau della Banca d'Italia.  

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