Dalla pesca di frodo al ristorante: il riccio di mare è a rischio estinzione

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di Rossella Grasso

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Negli ultimi anni sta spopolando anche in Campania un piatto tipico della Puglia e della Sardegna: lo spaghetto al riccio di mare. Una richiesta che sta compromettendo l’esistenza stessa del Paracentrotus lividus, il cosiddetto ‘riccio femmina’ che serve per preparare il prelibato piatto. Non tutti sanno però che questa particolare specie è inserita nell’Annesso III del Protocollo SPAMI della Convenzione di Barcellona, lo strumento giuridico e operativo del Piano d'Azione delle Nazioni Unite per la difesa del Mediterraneo, in quanto «specie che necessita di una gestione oculata».

Contestualmente dal 1995 il Decreto Ministeriale del 12 gennaio regolamenta questo tipo di pesca consentendo ai pescatori sportivi la raccolta di 50 ricci al giorno esclusivamente in apnea e a quelli professionali di 1000. Tutto ciò al di fuori dei mesi estivi, stagione in cui i ricci si riproducono, e potendo raccogliere solo quelli di una misura superiore ai 7 cm. Nelle Aree marine protette come il Parco della Gaiola questa legge non vale: la pesca è vietata e basta. Eppure da maggio ad oggi gli operatori del CSI Gaiola Onlus hanno certificato ben 26 avvistamenti di pescatori di ricci di frodo.
 


«Arrivano all’alba a bordo di piccole barche – spiega Maurizio Simeone, ecologo marino e responsabile del CSI Gaiola Onlus – uno si immerge con le bombole e fa razzia di ricci sul fondale, mentre l’altro lo aspetta in barca. Raccolgono tutto in ceste che lasciano sul fondo per poi passare a prenderle con il favore della notte». Da maggio sono spariti il 70% dei ricci dai fondali di quel parco che con tanta dedizione gli operatori della Gaiola stanno cercando di preservare. Tutto ciò ha gravi effetti sull’ecosistema marino: se non ci sono i ricci non c’è cibo per stelle marine e pesci come i saraghi, le orate e le spigole, che sono costretti a nutrirsi altrove. «Questo comporta danni non solo all’ambiente ma anche alla pesca autorizzata – spiega Simeone – Per questo motivo, fino a qualche tempo fa, erano i pescatori con licenza a scacciare chi prendeva i ricci, perché mettevano in crisi il loro commercio».

Quei pescatori venivano chiamati ‘i baresi’ perché quando in Puglia sono finiti i ricci nel mare, sono venuti sulla costa flegrea e napoletana a rifornirsi. Poi lo spaghetto tipico della tradizione pugliese è diventato di moda anche su questa costa ed è iniziata una vera e propria razzia. Basti pensare che per prepararne un piatto servono almeno 20 ricci che impiegano ben 5 anni per raggiungere i 7 cm che ne permettono la pesca per legge. Così pescatori privi di licenza si immergono e prendono quanti più ricci possibile che poi rivendono direttamente ai ristoranti per almeno 50 centesimi l’uno. «La polpa di riccio viene messa in piccoli vasetti – spiega il tenente colonnello Pierpaolo Atzori, Comandante della Stazione Navale della Guardia di Finanza di Napoli – rivenduti a minimo 20-30 euro l’uno. Un bel business che scavalca ogni controllo».

La pesca di frodo del riccio impegna molto gli uomini della Guardia di Finanza su tutto il litorale. Da gennaio hanno sequestrato circa 190 kg di ricci, segnalato all’autorità marittima oltre 100 persone e denunciato 12 pescatori colti in flagranza di reato. Dall’inizio del 2017 la somma delle multe comminate raggiunge i 200.000 euro. «Ci sono anche ricci raccolti legalmente – spiega il tenente colonnello – ed è per questo che è difficile scovare l’illecito direttamente nei ristoranti. Chiaramente il frutto della pesca di frodo costa meno e c’è tanta richiesta».  Certo è che non tutti sono consapevoli del grave danno che ciascuno fa all’ambiente e all’economia ordinando un piatto di spaghetti con i ricci.
Domenica 20 Agosto 2017, 10:21 - Ultimo aggiornamento: 20-08-2017 16:37
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