Riconosce e accusa il complice in aula: «Manager e narcos»

Seicento chili di cocaina in Australia parla Imperiale, ex boss dei Van Gogh

L'arresto del boss Raffaele Imperiale
L'arresto del boss Raffaele Imperiale
di Leandro Del Gaudio
Venerdì 29 Dicembre 2023, 00:00 - Ultimo agg. 30 Dicembre, 10:08
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Il colpo di scena arriva alla fine dell’udienza, quando il pm ha chiesto al boss pentito se avesse riconosciuto il suo presunto ex socio di affari. Qualche istante di silenzio, mentre dal sito segreto - quello collegato in videoconferenza per i collaboratori di giustizia – arrivano le parole di Raffaele Imperiale: «Certo che lo riconosco. Il mio ex socio si trova alla destra dei suoi avvocati, lo riconosco. Ha i capelli più corti rispetto al periodo in cui ci siamo frequentati». Udienza chiusa, non è mancata la replica del diretto interessato. Si chiama Giovanni Fontana, imprenditore del Casertano, agli arresti per aver aiutato i narcos a trasferire qualcosa come seicento chili di cocaina da Amsterdam alle coste australiane. Difeso dai penalisti Giovanni Cantelli e Mario Griffo, Fontana non ci sta e, quando ormai i giudici della settima penale stanno lasciando l’aula, chiede di parlare. 

Una dichiarazione spontanea fuori verbale che basta da sola a far capire il braccio di ferro legato ai traffici di cocaina in mezzo mondo: «Ho ascoltato per due ore quello che ha detto Imperiale, parla talmente bene che a momenti convinceva anche me, che so di essere innocente. Però vorrei far notare, che il racconto di Imperiale è solo una parte del processo, la sua verità, che va presa in quanto tale. E vorrei far notare anche che io, per colpa delle sue accuse, sono in carcere da 14 mesi, mentre i suoi stretti soci – parlo di gente come Daniele Orsini, che sta collaborando con la giustizia - hanno da tempo ottenuto gli arresti domiciliari. Aula 421, mancano pochi giorni a Capodanno, Tribunale deserto come nei giorni di festa. È la prima udienza a carico di Fontana, indicato come il titolare del deposito nel quale sarebbero stati stipati circa 600 chili di cocaina. Una sorta di hub europeo, uno scalo intercontinentale, in una traiettoria ricostruita dalla Dda di Napoli. Inchiesta condotta dai pm Maurizio De Marco e Lucio Giugliano, in una vicenda investigativa nata anche grazie alle indagini del pm Vincenza Marra (oggi alla criminalità predatoria), spicca la sagoma di Raffaele Imperiale. Italiano fluido, voce chiara e composta, il boss reo confesso va dritto al sodo: «Quel carico di cocaina doveva andare in Australia. Per questa vicenda, Fontana ha incassato 500mila euro. I carichi di cocaina sono realmente arrivati in Australia, ma sono stati bloccati, formalmente per effettuare dei controlli contro funghi e batteri all’interno delle navi utilizzate. Nei fatti, però, il carico di cocaina venne sequestrato e da allora non se ne è fatto più nulla».

Una vicenda investigativa che entra decisamente nel vivo, dopo gli arresti messi a segno un anno e mezzo fa. Processo a un manager incensurato, aula gremita di parenti e amici dell’imputato detenuto, non passano inosservati esponenti della guardia di Finanza, della polizia e dei carabinieri per il debutto in un processo di Imperiale. Che parla a braccio, risponde a tono, mostra una certa dimestichezza anche rispetto alle domande che arrivano dagli scranni difensivi. È chiaro che sono tanti gli omissis, i verbali top secret su cui sono in corso verifiche investigative. Agli atti dei vari filoni investigativi, spuntano le intercettazioni di Encrochat, una sorta di pozzo senza fondo ricavato grazie alle indagini della polizia francese in materia di antiterrorismo; poi le accuse del boss Imperiale. Un personaggio noto ai più per la storia dei due quadri di Van Gogh offerti sul piatto della giustizia italiana, nel corso della prima indagine della Dda. Erano stati rubati ad Amsterdam nel 2002 da un ladro conosciuto in Olanda come «la scimmia», poi acquistati dallo stesso Imperiale. Furono offerti con la stessa logica con la quale, appena qualche settimana fa, è stata depositata in aula l’offerta di un’isola al largo di Dubai. Un’isola del valore di sessanta milioni di euro, acquistata anni fa da Imperiale e oggi consegnata ai giudici in un’ottica collaborativa. 
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Ma torniamo alla storia del processo di ieri mattina.
Sono stati i penalisti Cantelli e Griffo a far emergere che il nome di Fontana viene fatto da Imperiale non nel primo verbale ma nel corso di un interrogatorio successivo. Una circostanza che non ha trovato impreparato i pm, che hanno consegnato i verbali di Imperiale, con tanto di scansione cronologica. Si torna in aula a gennaio, quando il racconto dell’ex narcos entra nel vivo degli altri filoni processuali. 

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